….Detroit Become Human videogioco da urlo….


Fino a 10 o 15 anni fa i videogiochi traevano ispirazione da film o serie tv per trovare una ambientazione plausibile, con Detroit Become Human, un videogioco da urlo, accade il contrario.

Spesso, come per la serie call of duty, o si rivolgevano alla storia – ne è un esempio la versione WW e WWII – o da storie che senza clamore alcuno richiamavano a film già visti al cinema in contesti futuribili con storie futuribili, ma questo non è il caso di Detroit Become Human.

Negli anni la giocabilità ha sentito l’esigenza di evolversi verso un più suggestivo realismo con l’interazione tra giuoco e giocatore, finanche il giocatore potesse determinare con le proprie decisioni l’esito del gioco stesso.

I miei ricordi di bambino hanno ancora vivide immagini di schermi arrotondati nei quali i giuochi si muovevano in due dimensioni.

Da destra verso sinistra o al più dal basso verso l’alto – erano gli anni in cui Amiga si contendeva il primato con Commodore, gli anni in cui avere una delle due piattaforme era comunque un privilegio non da tutti.

Vi confesso io avevo un Commodore 64 dove i giochi erano registrati su delle casette e il più ambito era galaxy o pool – biliardo – quindi immaginate il salto esponenziale quando sul pc uscì per la prima volta Fifa.

Se ci ripenso oggi abbiamo schermi piatti che al proprio interno nascondono veri pc ultra performanti.

Un tempo per collegare un pc alla tv di casa c’erano cavi e cavetti che una volta collegati poi per trovare il canale di collegamento dovei sintonizzarsi sul D 6 della tv per poter iniziare a giocare.

Le tv avevano lateralmente lo schermo, dei comandi con lettere e numeri per esempio rai 1 stava su A1, il Commodore sta su D 6, idem l’Amiga 500.

A quest’ultimo va dato un merito non da poco e cioè che essendo uscito poco dopo il Commodore il suo lancio lo fece con giochi diventati mitici come street fighter.

I creatori dell’amica alzarono il tiro e produssero un effetto di trascinamento verso giochi più reattivi e creativi.

Per parlare di Fifa come gioco dobbiamo attendere il 1998.

Ciò che il mondo dei giochi aveva fornito fino a quel momento era poco allettante tant’è che con Fifa finalmente si passò a una dimensione più raffinata e dei giocatori fino a quel momento estremamente squadrati e piatti. Ricordo sensibile Soccer poi virtual Soccer Pes.

Certo l’arrivo nel 1994 della prima playstation aveva dato un forte contraccolpo al mercato dei giochi per pc superando di balzo sia SEGA che Nintendo perché in un unico console aveva capito di dover superare la tecnologia dei CD Rom per giochi introducendo per prima quelle delle mitiche cartucce.

Il vero salto sulla giocabilità lo si ha solo quando iniziano a comparire sul mercato acceleratori di grafica mediante schede che rendono più fluidi e dinamici i giochi stessi anche su pc.

Ad ogni modo il verro passo in avanti lo si ha con l’arrivo della Playstation che con ogni nuova versione, poi ha sempre aumentato il livello di qualità.

Col tempo, molte aziende ridussero le uscite per i pc, anche perché contemporaneamente fu lanciata la console Microsoft X BOX che nelle intenzioni doveva in breve tempo surclassare la playstation.

Un sorpasso che a distanza di 20 anni e più non c’è stato, tant’è che ancora oggi si contende senza un vero primato il mercato con la play 4.

In tutto questo continuo crescendo, le vere battaglie tra consolle erano sui giochi, sulla grafica e sul realismo in essi presenti.

Per anni ad esempio Fifa come gioco di calcio è stato nettamente indietro rispetto a PES nella considerazione dei gicatori.

Un vero cambiamento c’è stato quando i programmatori di per iniziarono a collaborare con Fifa tanto che la situazione si sovvertì in breve tempo.

Le alternative ai giochi sportivi, erano sopratutto gli sparatutto.

I precursori furono call of duty, rainbow six, metal gear, tomb raider, dove col tempo, al semplice algoritmo sparo e uccido, si sono aggiunti anche altri algoritmi per i quali poi il gioco stesso ha iniziato a percorre strade meno ripetitive e molto più intuitive.

Questa strada ha segnato il percorso a altri giochi dove il verismo – il principio per cui un gioco possa coinvolgere il giocatore in un atmosfera realistica perchè verosimile – è diventato elemento cardine.

Ecco allora che l’ambientazione di questi nuovi giochi, ha optato per ambienti molto reali e prossimi al nostro mondo.

Contesti con un estremo studio dei dettagli che servissero da cornice a storie estremamente verosimiglianti ai nostri occhi.

Tanto per fare degli esempi penso a last of us – a giugno dovrebbe uscire il 2 – lo stesso call of duty con Kevin Spacey, battlefild 4, Uncharted, oppure late of shift dove attori umani recitano in un video gioco stupendo.

Tutti giochi davvero prodigiosi, ma dopo aver provato Detroit, sarà davvero dura per gli altri arrivare a questi confini.

Infatti credo che con DETROIT si sia di nuovo segnato il passo sulla qualità visiva corroborata da uno storytelling che fa di un buon prodotto un prodotto irraggiungibile per molti anni.

La storia oltre a intrecciarsi con la possibilità sempre di determinare il prosieguo, pur essendo priva di elementi esplosivi a disposizione dei personaggi

– il giocatore assiste a scene di sparatorie ma se si fanno determinate scelte è molto improbabile che ne sia esecutore –

è talmente ben fatta da trascinarti in un racconto che ti conquista in modo entusiasmante.

Splendida occasione per riflettere su un possibile futuro prossimo, che poi è parte integrante del gioco stesso.

La presenza degli androidi che chiedono pari dignità umana ai propri creatori – gli uomini – solleva domande sulla nostra società di carattere morale.

Ogni giorno viviamo le differenze sociali, etniche, culturali, economiche, eppure o ci voltiamo altrove, o peggio ancora releghiamo altri a pulirci la coscienza affidandola a essi.

Per questo, pensare che questi temi possano arrivare alla mente e all’attenzione dei giovani tramite un gioco, non può che trovare tutto il mio consenso.

Lo credo fortemente perché rispetto a giochi dove la coscienza non viene sollecitata, Detroit become human osa arrivare ai cuori dei nostri ragazzi con temi e tempi graduali.

Tocca le corde emotive ma anche e sopratutto sollecita le coscienze su riflessioni etiche.

Se nelle intenzioni dei creatori di Detroit Become Human, fatto esplicitamente ed esclusivamente per ps4, c’era l’intenzione di raggiungere livelli mai visti prima , beh ci sono riusciti alla grandissima.

Con esso hanno segnato finalmente e definitivamente il passo da semplici giochi di intrattenimento a storie complete di ispirazione per giovani e per il cinema, il cinema si perché questo gioco merita un film con dei grandi attorie con il film anche dei premi.

Detroit il più bel gioco di sempre!

Un gioco che è un momento di riflessione!

METAMORFOSI TOTALE!

L’immagine della fila di auto in uscita da Roma,  sabato 11 aprile il giorno prima di Pasqua,  mi fa credere che questi episodi siano la plastica rappresentazione di un popolo che si sforza in ogni modo e misura a mantenere un collegamento con le proprie abitudini, rifiutandosi di accettare la realtà in cui siamo costretti a vivere, e lo saremo per molto tempo, da questa pandemia.
Ad ogni modo purtroppo siamo difronte a una radicale metamorfosi del sistema economico liberista avuto negli ultimi 30 anni, che accompagnata anche alle restrizioni attuali, ci farà cambiare moltissime delle nostre abitudini personali.
 
Vivevamo in un sistema che viveva della globalizzazione o meglio del concetto di mercato globale, un concetto messo in crisi dal contesto che più di tutto ci aveva permesso di conoscere altri mondi, esplorandoli da vicino, ovvero il cibo e l’alimentazione.  Quello che ha detto questa pandemia, ma prima di essa ogni altra epidemia negli ultimi 15 anni, aviaria, sars, mucca pazza etc… è che i virus oggi passano molto più facilmente dal mondo animale al mondo umano, e noi specie umana che cosa abbiamo fatto negli anni?
Invece che ridurre il consumo animale procapite, lo abbiamo triplicato esportandolo anche in paesi che prima neanche lo conoscevano, un esempio tra tutti l’india dove negli ultimi 10 anni il consumo di carne è quadruplicato.
Per farlo abbiamo sfruttato oltre le normali possibilità, 2/3 degli elementi che compongono il nostro pianeta, ovvero natura- mari monti, campagne suoli e sottosuoli –  e il mondo animale, che in modo speculativo abbiamo sfruttato occupando sempre più spazi terrestri per allevamenti intensivi che cosi facendo, andava riducendo drasticamente quelli necessari al vivere del mondo animale selvatico, che come molti documentari dimostrano si è ritrovato sempre più spesso a convivere con gli uomini nelle grandi città.
Sinceramente non vedo altri scenari possibili che non siano quelli di un ritorno a consumi ridotti, economie a km0 e con esse contemporaneamente a una realtà che in attesa del vaccino viva come normalità le restrizioni fin qui messe in atto.
Ciò che ci hanno insegnato i nostri nonni come abitudini alimentari dovrà tornare prepotentemente nelle nostre di abitudini, quindi  carne bianca e pesce un paio di volte la settimana, insieme anche ai legumi, più frequentemente invece le verdure e la frutta – ogni giorno – un paio di volte le uova e cosi via dicendo fino alla carne rossa che andrebbe consumata al massino una volta la settimana. Fare questo significa aiutare il nostro pianeta a ritrovare i propri equilibri, riducendo drasticamente il consumo del suolo che noi uomini abbiamo dilapidato da 100 anni a questa parte, riducendo le emissioni di co2 derivanti dall’inquinamento atmosferico generato anche dai gas emessi nell’aria da tir che servono al trasporto su ruota degli alimenti, ma anche noi a renderci più forti e pronti la prossima volta a minacce pandemiche che potranno riproporsi.
Nel frattempo dovremo continuare a combattere con questo virus e con ogni restrizione globale da esso prodotto, perché prima o poi ne usciremo.
 
Quanto ci vorrà? Tutto dipenderà dal vaccino e dalla ricerca scientifica, ad ogni modo quel vaccino risolverà il problema di questo virus, ma senza vere politiche internazionali di autocontrollo chi impedirà ad altri virus di diffondersi? La storia recente sia di insegnamento, ogni paese dovrà annualmente, d’ora in avanti, avere piani per le emergenze pandemiche sempre aggiornati, dovremo investire spese enormi nella ricerca contro le malattie infettive, dovremo investire risorse nella sanità che dovrà tornare a essere pubblica. Questa pandemia ha messo in ginocchio il sistema globale perché ha dimostrato che in una pandemia ogni paese deve avere mezzi e risorse per essere autonomo e autosufficiente, ovvero ciò che nessun paese al mondo nell’emergenza covid 19 ha dimostrato di essere del tutto.
L’impegno comune dell’Europa deve essere indirizzato verso questa soluzione, vanno create industrie comuni che si occupino della produzione di presidi medico sanitari, vanno organizzati laboratori di ricerca europei con presenza capillare e diffusa in ogni stato, ciascuno di esso composto da equipe internazionali,  vanno superate le divergenze che dividono oggi perché domani si torni a parlare di unione europea, perché solo così facendo potremo tornare a essere attori del nostro destino piuttosto che spettatori del nostro declino.
Rodolfo Trinchi

FINITE LE VACANZE SI TORNA IN PALESTRA!

TUTTI IN PALESTRA!!

Le vacanze son finite,

non sono state ne lunghe ne brevi, forse neppure vacanze, ma ciò che davvero resta sono i ricordi vividi delle serate in compagnia, delle cene con gli amici, degli happy hour sul mare, se non le serate tra disco e drink che tanto ci hanno fatto sognare e divertire!

Ma siamo sicuri che a restare siano solo questi ricordi?

Ci illudiamo di crederlo, ma le illusioni terminano allorché dinanzi allo specchio una mattina di un lunedì qualunque ci guardiamo e vediamo di nuovo i rotolini affiorare dalla magliettina, il primo impulso ci dice ora basta!

Quest’anno palestra nuoto e running, poi la vicina vocina che sempre ci accompagna, ci fa notare che ogni anno a settembre ci impegniamo in questo andirivieni motorio, per poi puntualmente dissipare tutto questo faticoso lavoro nel giro di due settimane d’estate.

A questo punto lo sconforto ci assale e iniziamo a cercare cure e diete che senza una minima fatica ci facciano perdere quei chili in eccesso.

Ci affidiamo ai maghi che in 10 giorni ci faranno perdere 7 kg, se non peggio ancora alle pillole miracolose a base di quell’alga tanto famosa in quel paese tanto lontano che da noi viene boicottata dalle industrie farmaceutiche – tema che molto somiglia a quello sui vaccini proposto dal governo per anni sul suo blog – perché così innovativa che farebbe crollare il mercato farmacologico.

Evitiamo chi con toni trionfalistici o superlativi ci propone miracoli, i miracoli non si fanno e tutto quello che otteniamo lo otteniamo solo grazie a sforzi e sacrifici.

Iniziamo a credere a ogni buffonata che ci viene proposta soltanto per non voler ammettere di essere delusi da noi stessi, per non ammettere che non siamo stati in grado di mantenere gli sforzi fatti durante l’anno e essere arrivati all’inizio del nuovo anno in condizioni paritarie o peggiori dell’anno precedente dissipando – lo ribadisco – ogni sforzo fatto.

Prima che rabbia e frustrazione prendano sopravvento fate come in quel mito della caverna abbandonate le convinzioni che vi hanno fatto credere all’illusione di un corpo perfetto, iniziate a capire quale io vi piace davvero e su di esso costruite la vostra fisicità.

Tradotto in termini piu semplici?

Se davvero volete amare voi stessi non innamoratevi dell’idea che vi proviene da altri modelli,

scoprite i vostri limiti e provate a trovare i giusti equilibri, perché non si è solo di cosa ci fa apparire — il nostro fisico – ma si è anche di come ci presentiamo agli altri – la nostra mente -.

Un idea equilibrata è quella in cui corpo e psiche siano in simbiosi quindi trovate il giusto equilibrio.

Venendo or dunque all’aspetto fisico, che più compete da un tema nutrizionale, il consiglio che mi sento di darvi è:

nell’alimentazione seguite durante la settimana la stagionalità, comprate di stagione evitate lunghe cotture e se potete usate sempre pochi grassi nel cuocere gli alimenti, un cucchiaino di olio se cuocete in padella è più che sufficiente.

Per trovare una giusta dimensione alimentare, seguite i principi della piramide alimentare, quei principi tanto cari alle nostre nonne che non la conoscevano, ma che comunque grazie a essi e alla loro saggezza hanno creato le condizioni per farla arrivare fino a noi:

Un sistema di alimentazione che prevede un consumo raro di carne rossa – 1 volta la settimana – che passa a massimo di 2 di carne bianca e legumi e a più di 2 di pesce  – in tema legumi questo dimostra la non serietà di diete o regimi alimentari che sostituiscono la carne con i legumi – dando importante come consumo giornaliero il latte e l’olio ma anche la frutta e  le tanto spesso vituperate verdure.

A questo punto veniamo a dei buoni consigli da seguire:

1 – Iniziate la giornata con un buon bicchiere di latte un caffè e una fetta di pane e marmellata;

2 – Verso le 11 del mattino consumate frutta fresca, consigliando uva, fichi, pere che hanno una buona concentrazione di zuccheri sani;

3 – Bevete sempre durante tutti il giorno acqua fresca;

4 – Il pranzo scorporatelo e  iniziate palestra e attività fisica:

lunedì riso e verdure – un ora di camminata il pomeriggio

martedì pesce e insalata – nessuna attività fisica

mercoledì pasta e legumi – un ora di palestra

giovedì uova/salumi e riso – nessuna attività fisica

venerdì pesce e patate – nessuna attività fisica rilevante

sabato carne bianca e verdure grigliate – un ora di camminata

domenica carne rossa e verdure gratinate – palestra o camminata

5 – Durante il pomeriggio fate un break con spremute di frutta di stagione o centrifugati;

6 – Il pasto della cena deve essere  di facile assimilazione, quindi puntate a prodotti di facili digeribilità come pesce, riso o carni bianche.

7 – Abbinate a questa scelta alimentare, almeno all’inizio,  una blanda attività fisica in palestra, cominciate con camminate all’aria aperta tre/quattro volte la settimana.

8 – Dopo aver fatto questo per un mese aumentate l’attività passando a una corsa, riscoprirete il piacere del vivere all’aria aperta e del fare sport senza sentirne il peso.

Concludo ricordandovi che non si ottengono risultati senza impegno quindi

se iniziate un percorso simile fatelo con continuità e saggezza, ma sopratutto con rispetto verso voi stessi, conoscete i vostri limiti e rispettateli!

Non eccedete nel voler ottenere risultati subito, prendetevi i tempi giusti!

Sappiate costruire mattoncino dopo mattoncino la vostra nuova casa, il tempo farà i resto!

INTRODUZIONE AL NUOVO LIBRO

Stavolta non avevo voglia di scrivere di cultura culinaria semplicemente, avevo voglia di tornare a sognare, sognare un mondo dove il cibo fosse ricordo, e nel ricordo ci fossero le parole e le percezioni di chi ha scritto e raccontato il cibo. Non penso sarà facile bissare il successo del primo libro, tanto è che mentre scrivo questo secondo volume, penso ai tanti che hanno acquistato il primo e che per esso ora si aspetteranno altrettanta leggerezza e simpatia. Il titolo scelto non è causale, si perché se nel primo volume c’era la voglia, e perdonatemi l’ardire, l’ambizione di voler essere unici – spero sinceramente di esservi riuscito – in questo secondo volume, non so ancora se sarà anche l’ultimo, più che la voglia di essere unici c’è la voglia di raccontare l’unicità che rappresenta il cibo nella storia culturale dell’umanità. Nel fare ciò ho deciso di cambiare l’incipit di questo libro partendo da un capitolo del precedente, quel capitolo nel quale parlavo del rapporto tra il cibo e la letteratura. Sin da piccolo ho sempre amato leggere e scrivere, avevo una fame insaziabile di tutto quello che mi permetteva di viaggiare con la fantasia, di vivere con parole d’altri un sogno a volte storico altre volte fantastico. Ricordo che avevo 11 anni, anzi no 10, e lessi su un libro una poesia di trilussa, la zampana, me en innamorai così tanto che a natale chiesi a mia nonna il libro della raccolta delle sue poesie e lei me lo regalò. conservo ancora quel cofanetto con estrema gelosia, quel cofanetto mi ha aperto a un mondo che oggi voi ritrovate nei miei libri. Un mondo fatto di Grandi autori, grandi poeti grandi personaggi, storie e racconti che mi hanno influenzato perchè intrisi di sentimenti e valori giusti, storie che hanno raccontato il cibo, in varie forme letterarie, da i romanzi, alla poesia, gli strumenti linguistici utilizzati sono stati molteplici, a volte dottrinali, altre volte di puro intrattenimento, tutti, tutte, le volte redatti con lo spirito sano e sacrosanto di fare conoscenza. A roma si dice “se le cose nun le sai, salle”, facciamo un giochino proviamo a “falle sapé” a più persone possibili, perché solo una sana conoscenza rende liberi. La conoscenza è come il cibo, un cibo più è buono più la voglia di mangiarlo non ti passa, cosi la conoscenza più è genuina più il desiderio di continuare a conoscere si rafforza. Nel cibo, la bontà la fanno gli ingredienti giusti e un ingrediente è giusto se prodotto con grazia e attenzione, se lavorato con saggezza e maestria e sopratutto se gustato con rispetto, ecco quindi che se estrapoliamo ciascuno di questi valori e lo trasliamo nell’idea che dovrebbe essere la cultura, allora avremo un esatta rappresentazione di cosa serva ad essere persone davvero libere. Gli ingredienti migliori per fare cultura sono, come di fatto indirettamente detto nel capoverso precedente, le fonti da cui attingiamo quotidianamente per essere informati, ma anche la voglia di essere plurali nell’informazione, perchè, come dico sempre a mia figlia di 5 anni, non esiste una sola verità, piuttosto esistono varie interpretazioni di verità sta a noi cercare di scinderne da ciascuna di esse quegli elementi per cui poi un giorno potremo avere una nostra visione della conoscenza ed essere in un discorso portatori sani di una nostra opinione. Non voglio sembrare ai miei lettori troppo audace nello scrivere queste cose ma la verità è che oggi siamo circondati da troppa insipienza, e spesso rischiamo di perdere il contatto con la realtà di quei valori da cui proveniamo, quante volte assistiamo da spettatori imperturbabili al decadimento morale della società in cui viviamo? Quante volte impassibili accettiamo il corso di eventi che segnano il crollo di certi valori un tempo imprescindibili? Fateci caso ma questa società, ormai accellera quotidianamente sulla diffusione di nuovi modelli, ciò che fino a ieri era dogma del vivere civile, il giorno dopo diventa anacronistico, chi prova a far riemergere nelle menti confuse una coscienza, viene epitetato come disturbatore della modernità, che lotta per difendere le tradizioni come un anacronistico romantico, e in tutto questo fare, i danni non li subiscono le generazioni attuali ma quelle future, sempre più vittime innocenti della nostra insipienza. Se riuscirò con questo libro a accendere in ciascuno di voi un minimo di coscienza, rinnovando la vostra voglia di conoscenza, sarò ben felice di questo, perché questo significherà che c’è ancora speranza, che questo nostro mondo non è come credono in molti sempre più, un odissea di zombie senza alcuna personalità. Sono cresciuto con insegnanti che al liceo mi ripetevano sempre, “se davvero vuoi essere padrone della tua vita, agisci pensando sempre alle conseguenze del tuo agire, non essere solo istintivo nell’agire ma ragiona e capisci, la vita la puoi vivere in due modi diversi”, e qui credo che ciò che mi dissero subito dopo lo estrassero da una farse di KANDINSKI, “ nel primo restando nelle nostre case osservando il mondo di fuori, da dietro una finestra, nel secondo invece aprendo la porta di casa e vivendolo direttamente”. Io ho scelto la seconda strada, non vi nego che le difficoltà che ho avuto siano state enormi, ma quando poi mi ritrovo nel mezzo di una discussione con altre persone di pari levatura, il sapere mi rende fiero perché quel sapere crea le condizioni per cui quella discussione non sia solamente uno scambio di ovvietà tra individui, ma al più un vero e proprio simposio di culture diverse dalle quali ogni argomento presuppone una crescita di tutti gli interlocutori presenti. Questo mio amore per la conoscenza credo di averlo già rappresentato nel primo libro, questa volta invece farò il percorso opposto, senza presunzione proverò a raccogliere la conoscenza e a diffonderla portando a voi miei cari lettori una visione che spero sia il più possibile a 360 gradi senza peccati di prosopopeica saccenza.

La Fava Tra Storia e Modernità!

LA FAVA

Questo è  un legume che trova riscontro nel suo uso sin dagli albori della roma antica, se ne parla in diverse epigrafi non sempre con accezioni positive ma comunque sempre riconoscendone i meriti, epigrafi che di seguito riesumo con estratti che ho avuto modo di trovare durante le mie ricerche:

“Aristofane, che ne parla nella sua commedia “Le Rane” lo riteneva il cibo preferito da Ercole, noto sia per le fatiche, ma anche per essere un grande amatore.”

“Pitagora al contrario di Aristofane, che dava alle fave come detto potenti risorse a livello di energie per una vita sessuale eccellente,  considerava le fave la porta dell’Ade, in quanto identificando la macchia nera dei loro fiori bianchi con la lettera “Theta”, iniziale della parola greca Thanatos (morte), questo segno era di fatto di mal augurio”.

“In un’epigrafe del VI sec. a.C. trovata in un santuario di Rodi, si consigliava ai fedeli, per mantenersi in uno stato di purezza totale, di astenersi “dagli afrodisiaci e dalle fave…”.

Senza dimenticare columella nel De Re Agricoltura che dapprima la elenca nei legumi piu coltivati:

Molti sono i generi de legumi, tra i quali più grati e di maggior uso agli uomini sembrano esser la fava, la lenticchia, il pisello, il fagiuolo, il cece, la canapa, il miglio, il panico, i sesami, il lupino, il lino ancora (1), e l’orzo, poichè di questo si fa l’orzata”.

poi ne parla non cosi esaustivamente ed egregiamente, visto come veniva coltivata, pur riconoscendone il merito di essere molto diffusa a roma:

Dopo i lupini si semineranno opportunamente i fagiuoli o in terra riposata, o meglio in una pin gue, e d’assidua coltura; nè più di quattro moggia si spargeranno in un giugero. Somigliante è la cura eziandio de’ piselli, che bramano per altro una terra agevole e sciolta, ed un cielo frequentemente umido. Con pari misura de’fagiuoli, o con un moggio di meno, si può seminare un giugero nella prima sta gione delle sementi, dopo l’equinozio d’autunno. Alle fave destinasi un luogo grassissimo o leta mato, e, se ci sarà, posta in qualche vallata, una terra in riposo, nella quale scolano terre più alte. Prima però getteremo i semi, poi diromperemo la terra; e, rotta che sia, la metteremo a porche, e l’erpicheremo, accioccbè sien coperte con maggior copia di terra”.

La fava quindi, come detto, rappresenta un alimento molto in uso già ai tempi dei romani, rimasto fino ai giorni nostri alquanto attuale. Nella sua attualizzazione a cavallo dei secoli ha visto relegarla a volte in posizioni scomode e accezioni negative altre volte positive ma abbastanza recentemente anche in contesti sarcastici e ironici facendola identificare con l’oggetto che produce  l’appetito maschile, sempre de cibo se tratta!

Tutto questo diversificarsi ha creato un’aurea attorno a questo alimento molto mitica, del resto come scrisse anche Aristofane senza fava ercole non riusciva a soddisfare mille donne contemporaneamente!

Non amata come descritto da columella resta che era comunque un alimento molto usato nella cultura gastronomica del tempo, anche in considerazione del fatto che tra tutti i legumi, per i romani, restava quello che  aveva i maggiori poteri afrodisiaci.

A roma poi l’uso di questa parola è entrato così direttamente nei costumi popolari della nostra città, da diventare un etimologia identitaria del dolce far nulla collegato al massimo piacere. Se poi invece si estende il concetto a proverbi e detti più popolari ecco allora comparirla in abbinamento ad un altra parola, ovvero rava, presumibilmente riconducibile ad una storpiatura dialettale della parola rapa, e che rappresenta un vecchio modo di dire italiano, che talvolta si sente ancora nella parlata di qualche nonno, oppure di qualche persona di mezza età.

Questo modo di dire mi piace spiegarlo andando a enunciare parola per parola i due termini che lo compongono ovvero rava e fava, il primo richiama come gia detto alla rapa, un alimento che cresce e matura sottoterra, il secondo alla fava che diversamente dal primo cresce fuori terra prendendo dal sole e dall’acqua le risorse per maturare al meglio, da cui se capita di sentirsi dire “Non sto a raccontarti la Rava e la Fava”, è plausibile ritenere che quella persona voglia dire “non vado nei dettagli”, ma al tempo se si dicesse “non vorrai mica che ti racconti la rava e la fava” beh allora molto probabilmente si sta assumendo il significato opposto e quella persona sta per iniziare il discorso con novizia di dettagli. Ad ogni modo pare evidente che tanto nell’uno quanto nell’altro caso senza la fava il discorso risulti misero, cosi come poi nella gastronomia, al pari, questo alimento per rendere al meglio, “la vignarola”  ne è più che esaustiva dimostrazione,  ha bisogno comunque di altri alimenti che lo accompagnino.

E’ un dualismo sempre presente quello che contraddistingue questo legume sia nella gastronomia sia nella letteratura e sia sopratutto nella composizione di motti e proverbi popolari che usino la parola fava.Tra tutti certamente quello piu famoso,  come non fare esplicito riferimento al piu comune ovvero:

Prendere due piccioni con una fava!

Il significato più comune è e resta quello di conseguire un duplice vantaggio con poca fatica, e questo di significato, secondo me, rimanda molto alla idea dei romani del vivere secondo otium sed negotium, ovvero di un esistenza nella quale alle attività corporali produttrici della fatica umana, l’uomo doveva dedicare il tempo “libero” anche a quelle spirituali dell’otium, durante le quali, mediante lo studio della filosofia poteva ambire a raggiungere con lo spirito stesso “il coronamento della vita umana e la possibilità di diventare simili agli dei” cit da Seneca De brevitae Vitae.

Gran parte della letteratura classica ha come sbocco l’ambizione dell’uomo di voler essere simile agli dei, ma, si sa, sovente la letteratura tende a rappresentare le epoche in cui vive, e quindi cambiare con il cambiare dei tempi. Il medio evo per esempio tra i tanti meriti che  ha avuto sulla crescita dell’umanità vi è anche quella di essere precursore di un nuovo tipo di letteratura che partendo dallo studio delle piante officinali poi nei secoli è divenuta letteratura scientifica.

Nella attuale letteratura scientifica si da enorme risalto a questo legume per le proprietà proteiche che lo contraddistinguono, è fatto certo che essa, a seconda se mangiata con il suo tegumento o meno, se cruda o cotta, ha comunque importanti risvolti e benefici all’interno del corpo umano, apportando a esso enormi quantità di vitamine e/o proteine.

Se le si mangiano crude con il tegumento, rimane invariato l’apporto di ferro, magnesio, potassio e quindi contestualmente di fibre e carboidrati, diversamente se cotte, ma anche essiccate senza il tegumento, circa il 60% dei benefici che hanno viene smarrito nella cottura, e nella essiccatura.

Dicamo che dovendo trovare una serie di motivi per consumare le fave potremodire che sono:

una fonte di sali minerali eccellente e che tra tutti di certo il ferro è quello che le contraddistingue maggiormente e che viene considerata essenziale per il trasporto dell’ossigeno nel sangue. Il ferro, insieme al rame, costituisce una risorsa fondamentale per la formazione dei globuli rossi.

Che un largo consumo può aiutare a perdere peso o a mantenere il proprio peso corretto per via del loro contenuto bilanciato di proteine e fibre vegetali ma contemporaneamente vista un alta concentrazione di vitamina B1, conosciuta anche come tiamina la sola presenza di questa vitamina diventa importante per il corretto funzionamento del sistema nervoso.

Altro elemento da non sottovalutare sta nel fatto che la contemporanea presenza nel legume di fibre proteine vitamine e via dicendo aumenta nel legume la capacoità  nutritiva di tutti questi elementi nel  supporto alla nostra salute cardiovascolare, e in quello che serve al nostro organismo per  abbassare il colesterolo. Il merito sarebbe soprattutto del loro contenuto di fibre, che aiutano a stabilizzare i livelli di colesterolo nel sangue ma anche sono considerate utili per equilibrare i livelli di zuccheri nel sangue e per prevenire il diabete oltre che ridurre il rischio di infarto e di ictus e prevenire i rischi derivati dall’obesità.

Certo, è notevole leggere cosi tanto di questo buffo legume, e nel farlo vedere come nel corso dei secoli ha avuto influenze sulle società mediante anche solo il suo semplice studio, eppure oggi tra le innumerevoli chiavi di lettura che ne possiamo dare, alla fine l’unica che davvero salta alla mente delle persone quando che si pronuncia la parola fava, è sempre quella ironica e triviale, come a voler dire che nonostante 2000 anni di storia gli istinti primordiali hanno sempre la meglio sulla conoscenza e sulla ragione.

Potrei dilungarmi su mille e piu mille battute in tema, anzi parafrando catullo, “milia deinde milia”, ma non lo farò, e non lo farò per una questione di rispetto verso un alimento millenario, per riconoscenza verso tutte le sue proprietà descritte nella letteratura scientifica, perché senza di essa le nostre vite non sarebbero le stesse,  ma sopratutto perché:

“LA FAVA E’ SEMPRE LA FAVA!”

Slow food che vorrei! come cambierà?

Dopo due anni di Slow Food vorrei con questo articolo tirare le somme della mia esperienza, un esperienza che fatte le dovute eccezioni legate alla condotta di Ciampino e Morena cui sono legato, può dirsi nettamente deludente.

1 – sono entrato in slow food spinto dalla voglia di fare davvero qualcosa di utile per il mio territorio presentando alla associazione il mio progetto Orti Slow per Corviale con il quale avremo dovuto realizzare 10000 mq di orti in un area depressa di Roma creando anche lavoro dove oggi non c’è. Stante un iniziale entusiasmo, forse anche esso opportunistico, dopo due anni con il cambio dei vertici regionali, sono venute a mancare anche le condizioni per i nuovi vertici di poter gestire per i propri interessi affaristici delle risorse economiche disponibili e quindi con fare anche qui estremamente opportunistico, il regionale ha rinunciato a portare avanti questo progetto perché da esso non vedeva  ava un adeguato tornaconto economico. Tutto ciò mi ha fatto iniziare a ritenere che il meccanismo volontaristico si stava trasformando in un qualcosa di meccanicistico e clientelare.

2 – il rapporto che l’associazione ha stretto con Eataly sta danneggiando l’immagine di Slow Food perché a fronte di uno sfruttamento dei simboli slow di Eataly per aumentarele vendite di prodotti legati ai presidi Slow Food, ciò non produce un adeguato ritorno economico per l’associazione che con quelle potenziali risorse potrebbe investire in progetti per il territorio aiutando concretamente i propri produttori che tral’altro già faticano a mantenere in vita con il loro operato i mercati creati proprio da slow per dare loro quella voce è quello spazio che di fatto Eataly ha ridimensionato nettamente.

3 – troppo spesso nell’associazione sta prendendo quota una meccanismo clientelare che vede a ricoprire ruoli istituzionali ed educativi persone in alcuni casi certamente preparate ma forse senza un adeguato ricambio troppo responsabilizzate e poco serene. Se si osservano i programmi educativi portati avanti da Slow Food i nomi che le seguono sono da diversi anni gli stessi e anche se vi sono istanze da parte di nuove persone pronte e partecipare con la loro esperienza a nuovi programmi educativi la chiusura dimostrata dalla segreteria regionale,non collima con le indicazioni fornite da chi ha fondato Slow Food che rimandano a una partecipazione collettiva e non individualistica dell’associazione.

4 – la rivista Osterie d’Italia senza troppo allontanarsi da quello spirito sopra indicato sta diventando una raccolta di luoghi che nulla hanno a che vedere con i principi con cui fu creata e voluta da Petrini ovvero quelli di raccogliere valori e gusti di un territorio sani buoni puliti e giusti, anzi al cotrario di ciò è di fatto sempre più spesso e con rarissime eccezioni un libro clientelare nel quale gli amici degli amici trovano lo spazio che forse neanche meriterebbero. Sappiamo tutti cosa significa avere un tornaconto ma è davvero inaccettabile che lo si ottenga alle spalle di persone, la massa, che aderiscono per spirito volontaristico all’associazione.

5 – si parla di alleanze di cuochi Slow Food, ma alleanza vuol dire anche condivisione e collaborazione, cose che molti dei cuochi di questa associazione non accettano minimamente e anzi spesso ripudiano con azioni che chiudono a nuove leve. Per essa è stat creata anche una scuola di cucina forse inizialmente con lo spirito sano di formare nuovi cuochi e dare prospettive importanti ad essi, ma la verità è che anche essa si è rivelata deludente alimentando con maggior convinzione la percezione che Slow Food sia diventata sempre più un associazione con troppi mercanti al suo interno.

Per questo motivo oggi ho deciso di aderire a Slow Food che vorrei perché sono stanco di vedere come Slow Food vada alla deriva, perché credo fortemente nei suoi valori, perché senza valori siamo copri senza anima, perché io, tu, lui, lei noi possiamo unirci in una vice unica e gridare fortemente con convinzione all’unisono tutti insieme:

FUORI I MERCANTI DAL TEMPIO!

TTIP

TTIP

A Chi serve Questo Accordo?

Il TTIP – letteralmente Transatlantic Trade and Investment Partnership – di fatto dovrebbe essere un accorod per il libero scambio di merci e servizi tra europa e america, volto a una piu larga diffusione nel ns mercato dei prodotti amerciani e contestualmente un altrettanto larga diffucione in quello americano dei prodotti europei.

In linea di principio un ottima opportunità per le ns aziende per ampliare il range di operatività in un mercato da sempre considerato sopratutto in ambito alimentre eccellente in termnine di profitti, in linea di pirncipio un qualcosa di innovativo e migliorativo rispetto all’attuale situazione. Ma quale è l’attuale situazione? Se studiamo i numeri questi ci dicono che per il settore alimentare il prodotto italiano negli states è garanzia di eccellenza e qualità e gli ordinativi che ogni anno arrivano dagli stati uniti per i nostri proodtti sono in crescita, o almeno fino al 2014 erano tali,

http://www.sace.it/docs/default-source/ufficio-studi/pubblicazioni/rapporto-export-2014e869347b4a41668a8de2ff00004b384f.pdf?sfvrsn=2

allora perché creare un accordo per la diffusione dei ns prodotti se comunque questa oggi risulta già molto buona e largamente diffusa? La risposta, come la fame vien mangiando, ci viene fornita da una piu attenta e accurata lettura del testo, lettura nella quale vengono chiaramente delineate le linee guida di questo accordo estendendole non solo ai principi di liberismo e libero mercato cui si attiene ma anche alle forme di produzione interne al mercato stesso, e agli interessi sovranazionali che ne generano. Nello specifico se questo accordo fosse concepito con l’intento di armonizzare le regole esistenti tra USA & EUROPA nella visione di un mercato piu omogeneo dove alle multinazionali tanto quanto alle piccole e medie imprese europee venga concesso uno spazio di operatività ben delineato, all’interno del quale operare con regole ben precise, l’accordo in se e per se potrebbe rivelarsi un enorme occsione per entrambi, ma stando alle regole del gioco proposte il rischio è che l’europa per favorirlo possa cedere troppo su temi come la sicurezza per i consumatori accettando di fatto nrome e regole meno severe oggi di fatto applicate negli states.

In europa ad esempio la lista dei componenti chimici che non si possono usare nella produzione di cosmetici è di 1380 ca elementi, in USA solo di 11, la pecentuale di tumori della pelle (melanoma) in usa è superiore a quella in europa di ben 400 volte come da tabella accanto. Allora siamo cosi sicuri che su un tema cosi preferiremo le regole statunitensi?

Ma andiamo oltre, tra tutti i settori più critici coinvolti dal Ttip, ve ne uno certamente molto delicato per il consumatore finale, che è quello agroalimentare, che si dipana tra etichettizzazione dei prodotti, in europa molto selettiva ma comunque recente rispetto agli USA dove si fa ormai da diversi anni, sia sulla possibilità di utilizzo degli ogm prassi gia in uso in germania francia e altri paesi europei, ma in italia largamente vietata, sia sull’utilizzo degli ormoni negli allevamenti di bestiame, sia per quello degli antibiotici, ma sopratutto nella verifica dei controlli produttivi che da noi parte dalla filiera per estendersi fino al consumatore, from farm to fork, mentre negli usa è destinata solo alla verifica del prodotto finito, oltre che della valorizzaizone dei prodotti con atestazione dell’indicazione dell’area di produzione, basta parmesan sulle nostre tavole.

Il principio di precauzione: se c’è un rischio molto elevato che un prodotto possa far male, in Europa, le autorità possono intervenire in attesa di accertamenti scientifici; negli States invece gli alimenti e le procedure sono sicuri fino a che non si provi il contrario, della serie se non fa star male va bene.

Severità sulla filiera: nel nostro sistema la sicurezza deve essere garantita lungo tutta la filiera produttiva “from farm to fork” (dai campi alla tavola), con prerequisiti igienici per i produttori, tracciabilità del prodotto ecc.; il sistema Usa, invece, verifica per lo più la sicurezza del prodotto finito (ecco perché i trattamenti di igienizzazione chimica con la clorina sulla carne di pollo sono così diffusi, mentre in Ue sono proibiti) – le nonne avevano ragione piu son brutti e a vedersi e piu son buoni.

Niente ormoni nella carne: in Europa è proibito somministrare ormoni al bestiame per farlo crescere di più, perché mancano sufficienti studi circa la loro sicurezza. Negli Usa invece è ammesso l’uso di queste sostanze che riducono i tempi di allevamento e quindi fruttano moltissimo alle imprese. Certo che in virtù di una etichettatura più soddisfacente in usa è più facile capire se quel prodotto ha subito un trattamento con ormoni di quanto non lo sia da noi

Meno antibiotici: negli allevamenti americani gli antibiotici possono essere usati in dosi maggiori, anche per far crescere di più gli animali. In Europa i limiti sono più restrittivi e l’uso è consentito solo per proteggere il bestiame dalle malattie, sopratutto dopo i casi di mucca pazza.

Ogm senza etichetta: nell’Ue i prodotti che contengono più dello 0,9% di Ogm devono dichiararne la presenza in etichetta. L’informazione sulle confezioni non è obbligatoria mai, invece, negli Stati Uniti. In pratica in usa chi produce carne senza ormoni lo indica, mentre nel caso di ogm non accade la stessa cosa.

Le denominazioni d’origine non importano: cosa succederebbe se gli States potessero esportare i tanti prodotti che rubano il nome delle nostre 250 Dop e Igp (come ad esempio il “Parmesan” o il “Gorgonzola” prodotto in Illinois) Per noi il nome deve restare garanzia della provenienza e della qualità degli alimenti.

Se a tutto questo poi aggiungiamo quanto ogni giorno come paese Italia subiamo in termini di pressione dalla germania- la Francia ha recentemente dichiarato di non voler piu aderire al TTIP cosi come predisposto – e cerchiamo di comprendere le motivazioni per cui queste pressioni si fanno sempre piu incalzanti, restiamo esterefatti nel sapere che per la germania è estremamente forte l’interesse nella diffusione degli ogm ma anche in un piu snello ciclo produttivo nei prodotti di cosmesi con regole di verifica meno astringenti. Mi spiego, la BAYER colosso farmacologico chimico tedesco, da sempre considerata una azienda di stato, anche quando negli anni 40 peroduceva lo Zyclon B per i campi di sterminio,per cui tral’altro chi l’amministrava fu condannato a norimberga se la memoria non mi gioca brutti scherzi, con interessi in moltissimi ambiti dal farmacologico al chimico all’alimentare, proprio su quest’ultimo ha di recente avanzato un offerta di 64 mld di dollari per l’acquisizone del 110% della MONSANTO.

http://www.repubblica.it/economia/finanza/2016/05/29/news/bayer_torna_all_assalto_di_monsanto_allo_studio_una_nuova_offerta-140871619/

Ricordate la Monsanto? Nooo!!!! Beh è quell’aziedna che ha fatto causa all’italia per averle impedito la produzione di mais ogm su territorio nazionale

http://www.lifegate.it/persone/stile-di-vita/ogm_la_monsanto_ha_fatto_causa_all_italia

Se tutto questo non fa sentire puzza di bruciato a me fa percepire che dietro a questo TTIP ben oltre di come ci viene presentato, non ci siano interessi verso i consumatori ma interessi economici da destinarsi a pochi a discapito della massa di consumatori, e forse questi dubbi mi hanno fatto molto avvicinare al pensiero del premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz che sostiene che l’accordo “potrebbe rivelarsi molto negativo per l’Europa”, rischiando di approfondirne la recessione e garantendo “campo libero a imprese protagoniste di attività economiche nocive per l’ambiente e la salute”.

Se poi a tutto questo si va ad aggiungere la cointestatissima clausola Isds (Investor-State Dispute Settlement, che permetterebbe alle imprese estere di fare causa agli Stati che si opponessero alle regole dell’accordo dinanzi a a un collegio arbitrale, quindi, senza passare dai sistemi giuridici ordinari), allora i dubbi diventano quasi certezze, e allo scettismo prevale la convinzione che si voglia creare non un mercato libero ma un nuovo ordine nel quale siano a dirigere le redini delle nostre vite un oligarchia di eletti, illuminati, che potendo gestire il ns mondo lo facciano a loro insindacabile giudizio. Certo detta cosi non è il massimo ma se invece di leggere le righe cominciassimo a leggere sia le righe sia tra le righe forse impareremo a fare scelte piu convincenti, forse potremo riappropiarci delle nostre vite, forse potremo con le nostre scelte consapevoli essere noi stessi per primi artefici della disrtuzione di un nuovo ordine che non porterà a nulla di buono.

Non amo essere catastrofista e sul TTIP fatte le dovute valutazioni, sin qui abbastanza rappresentate, ritengo che se si superassero certe problematiche a partire dall’ISDS, finanche a quanto sopra meglio elencato, e se davvero la motivazione di questo accordo fosse quella di armonizare regole di due diversi continenti al fine di favorire una piu proficua collabroazione per tutte le aziende nella diffusione dei propri prodotti tra EUROPA & USA, beh forse allora potrei pensare che sia giusto andare avanti, fino a quel momentgo credo che prima di raggiungerre un accordo bene fa il ns governo a volere che si ratificano certe regole e che si dipanino i dubbi ormai largamente diffusi nell’opinioned pubblica.

Buon TTIP a TUtti!

CIBO E ARTE

Ciò che ho imparato da questo Lavoro è che se non lo si affronta come ogni giorno si affrontano le questioni importanti della vita,  ovvero con metodo e convinzione nei propri mezzi, ma al tempo anche con abnegazione e umiltà, allora ciò che produce sono solo fallimenti.

La Vita mi sto rendendo sempre più conto, come una mappa stellare, è costellata di luci, che sono le stelle, che dovrebbero segnare il nostro cammino. Sfortunatamente, non tutte ci indicano la giusta direzione, alcune ci ingannano portandoci fuori strada, altre invece le vediamo troppo tardi per renderci conto che erano quelle giuste. Ad ogni modo, prima o poi, ne arriva sempre una giusta, e sarà proprio quella la buona stella che sempre aspettiamo e che con la sua luce ci illuminerà facendoci finalmente imboccare la strada giusta.

Alla fine il senso di questo discorso è la tenacia che serve nel fare il lavoro di chef, quella tenacia che non ti fa mai smettere di credere in quello che fai, quella tenacia che dinanzi all’errore ti fa nascere dentro quell’impeto per cui non ti arrendi all’errore stesso, ma anzi provi a superarlo cercando all’errore la soluzione o il rimedio. Tutti i piu grandi chef prima di arrivare alla perfetta sintesi di un loro piatto hanno sbagliato innumerevoli volte, nessuno si arreso, tutti insistendo nelle loro idee hanno creato qualcosa per cui poi saranno ricordati, la maggior parte di essi però poi ha dimenticato il motivo per cui sono diventati chef che non è l’ottenere fama e gloria fine a se stessa, ma essere dogma e insegnamento per le generazioni future.

Personalmente ho scelto questa professione perché da sempre amo il mondo della cucina,  un giorno lessi una frase di confucio che diceva più o meno così:

“Se nel tuo Lavoro riversi Passione e Amore, beh ciò che fai non sarà mai un Lavoro!” Con questo spirito affronto le giornate, perche amo ciò che faccio, perche senza passione e amore non riuscirei ogni giorno ad affrontare le mie 12/14 ore con entusiasmo, vitalità e intensità.

Potremo parlarne per ore ma la verità è e resta sempre la stessa, quando entro in cucina non vedo attrezzi da lavoro, vedo strumenti per dare forma alla mia arte, perché fare cucina è fare arte, meno divulgativa certamente ma comunque essenziale e immediata, un’arte che è comunicazione e percezione, eh già perche con i miei piatti comunico ai miei clienti la mia passione per questo lavoro, e nel momento che li gustano faccio essi percepire l’intensità nei sapori del mio modo di essere.  Una delle piu belle espressioni sull’arte, o meglio sull’artista,  dette dalla notte dei tempi e che ottimamente sintetizza questo mio pensiero, fu pronunciata da pablo picasso in un intervista, recitava così:

“L’artista è un ricettacolo di emozioni che vengono da ogni luogo: dal cielo, dalla terra, da un pezzo di carta, da una forma di passaggio, da una tela di ragno”.

(Pablo Picasso)

Picasso per rappresentare la terra e i suoi paesaggi usava una tela e un pennello, noi chef usiamo i frutti stessi della terra, per questo la nostra arte per certi versi è un atto d’amore e di rispetto per il nostro pianeta perché ciò che ci da lo trasformiamo in cibo e il cibo è essenziale per la vita, ma sopratutto perché nel farlo abbiamo a cuore ogni aspetto dal modo con cui si produce allo stress che genera produrlo al nostro pianeta, alla naturalità sia nel prodotto grezzo sia nel prodotto finito che poi arriva sulle tavole nei piatti ai nostri clienti.

Cibo e Arte da sempre vivono un amore immutato nel tempo, un rapporto nel quale ogni singola rappresentazione aveva un significato specifico, a volte era di rottura con i costumi e le del tempo, come  nelle pittura il mangiafagioli    del Carracci – a fianco – con cui l’autore stanco di una pittura statica che rappresentasse il cibo – le nature morte erano state reinterpretate dal caravaggio circa 80 anni prima  – volle  con questo dipinto,  superare l’artificiosità che popolava le opere di quell’epoca e riallacciare un diretto contatto con la realtà e la verità.

Ovviamente come non aprire una parentesi sul Caravaggio, dal momento che è stato citato, nelle sue opre di natura morta è davvero sottile il giuoco di doppi sensi che si nasconde nella scelta dei colori con cui va a rappresentare i suoi dipinti.

L’uso sistemico di colori spenti alternato a una visività  che descrive lo scandire del tempo, sono di fatto quegli elementi che accendono il suo dipinto inducendo l’osservatore a cercare qualcosa oltre l’immagine stessa, a trovare all’interno del dipinto quel suggerimento eidetico che il dipinto stesso fornisce.  Pertanto se lo si osserva con maggiore attenzione le foglie sono avvizzite, i frutti evidentemente marci, i chicchi d’uva appassiti, un insieme che suggeriscie di fatto come significato  nascosto che, con questo quadro il Caravaggio volesse rappresentare, riuscendoci a mio giudizio egregiamente,  la fugacità della vita, il tempo che inesorabile passa e che  non risparmia le nostre esistenze.

Nell’arte la visività sta nella capacità di un immagine di fornire o di suggerire un’impressione visiva, come negare che un immagine come la scena del mitico Albertone in “Un Americano a Roma” in cui agguanta un piatto di maccheroni non abbia questa dimensione, oppure come evitare di pensare che vi sia altrettanta visività  nella scena madre del film “Bianca” in cui Nanni Moretti viene ripreso nell’intento di mangiare una panino al cioccolato con accanto  un barattolo a dimensione naturale del famoso prodotto dolciario, un immagine voluta proprio nell’intento di sottolineare le peculiarità del suo personaggio pieno di manie e di fobie?

Tutto questo chiarisce senza ulteriori margini di dubbio che da sempre il cibo ha sostenuto l’arte nelle sue forme migliori, da sempre la sua sola presenza conferisce  a ciò  che per suo tramite si rappresenta, l’essenza stessa del concetto di arte. Ma il cibo da solo non è arte, il cibo da solo è come disse qualcuno anni fa,  una lunga lista di alimenti senza arte ne parte, però quando vengono uniti e mescolati con cura e maestria, creano piacere e emozione. Per questo la citazione che amo di più l’ha detta una personalità che stimo per quello che rappresenta nel mondo della cucina, il grande Gualtiero Marchesi:  “La cucina è di per sé scienza, sta al cuoco farla diventare arte”

Una verità assoluta perché poi se davvero si vuol fare cucina non basta avere gusto, non basta conoscere le proporzioni, ne essere scientifici nel dosare gli ingredienti, serve il cuore, perché tutti più o meno possono cucinare,  perché, come disse Confucio – Tutti gli uomini si nutrono, ma pochi sanno distinguere i sapori – e nel momento che si fa arte i sapori sono come per il pittore la tavolozza sulla quale operare per creare il proprio dipinto. Purtroppo oggi quella tavolozza ha sempre meno colori e la tendenza  di riempire il piatto con guarnizioni  che non servono a nulla, diventa fattore della pochezza dei cuochi di oggi.

Si cerca nel fare questo una sorta di sublimazione del concetto estetico, ma in verità si ottiene solo caos e confusione, si distoglie l’attenzione dal piatto stesso e si ottiene soltanto zero catarsi tra cibo e persona. Nell’arte e nel cibo la capacità di trascendere la sfera umana per una più ampia comprensione del significato dato dall’artista alla sua opera, è una condicio sine qua non, quando ciò non avviene o l’artista non è stato bravo a fare la sua arte, o lo spettatore non era in grado di comprenderla, comunque in ogni caso, ciò che resta è un opera incompresa, per la quale poi probabilmente neppure il tempo potrà fare molto.

Cosi facendo viene meno la prima funzione di chi fa cucina, gia perché essere chef significa innanzitutto essere luce nel buio generale, illuminare con la propria conoscenza le menti di quelle persone che non sanno, o che riluttano dal voler sapere. Uno chef agisce nel caos di un mondo fatto di continue contraddizioni, un mondo dove è il cibo stesso a mutare ogni ogni giorno, un mondo in cui un tempo c’erano determinate certezze prodotte dalla maestria di mani sagge, mentre oggi invece quella saggezza è stata sostituita da ben altro sulla scia di risposte rapide alle leggi del mercato. Il mercato con le sue leggi oggi fa le regole, e quelle regole sono fatte non per rispondere al sempre più crescente bisogno di qualità e salubrità, ma per ingolfare il mercato di una sovrabbondanza che poi diventa scarto. Permettetemi di citare papa Francesco: “Oggi – osserva il Papa – nonostante il moltiplicarsi delle organizzazioni e i differenti interventi della comunità internazionale sulla nutrizione, viviamo quello che il santo Papa Giovanni Paolo II indicava come `paradosso dell’abbondanza. Infatti, c’è cibo per tutti, ma non tutti possono mangiare, mentre lo spreco, lo scarto, il consumo eccessivo e l’uso di alimenti per altri fini sono davanti ai nostri occhi”.

Dovremo ritornare a sensibilizzare le persone su questi temi perché se è vero che uno chef può fare arte , altrettanto vero è che chi beneficia dell’arte se non è adeguatamente pronto a viverla, rischia di non capirla e allora di conseguenza diventa anche inutile farla. In una cultura dell’abbondanza del superfluo e dell’eccesso, le menti e i palati sono sovraccarichi di percezioni e sensazioni, a quel punto diviene quasi impossibile che possano essere contemporaneamente recettori di nuove emozioni, sensazioni e percezioni.

Se veramente vogliamo tornare ad avere spettatori competenti delle nostre opere, è evidente che dobbiamo cambiare qualcosa, perché tutta questa sovraesposizione alla fine ci ha danneggiati, creando mostruosità dove prima avevamo bellezza, generando ambiguità nel messaggio verso gli altri dove prima c’era risolutezza e essenzialità. Viviamo contriti in un parossismo attorno alla nostra immagine, al punto che ormai veniamo identificati non per il valore dottrinale che dovremo avere ma per quello estetico che la continua presenza in programmi tv ci impone.

Oggi forse prima di fare Arte dovremo tornare a fare storia, raccontarla insegnarla, diffonderla, perché altrimenti il rischio è che il futuro produca una generazione senza memoria storica, ovvero una genealogia di persone senza futuro e senza passato. Vorrei chiudere questo capitolo omaggiando il grande cesare pavese che ebbi la fortuna di avere come traccia di esame alla maturità, il quale seppe con questa sua affermazione coniugare il giusto mix tra memoria storica  e innovazione, ma dal quale vorrei si facesse molta piu attenzione sull’aspetto della memoria storica, giacche come dice quando un popolo no ha piu senso vitale del suo passato si spegne:

“Quando un popolo non ha più senso vitale del suo passato si spegne. La vitalità creatrice è fatta di una riserva di passato. Si diventa creatori anche noi, quando si ha un passato. La giovinezza dei popoli è una ricca vecchiaia”.

IL FOOD COST

Sfatiamo un Mito…

Spesso in molti ristoranti uno degli argomenti più caldi è il food cost, un qualcosa per certi versi ambiguo ma in verità un dovere per chi fa questo mestiere, perché quando all’arte e alla creatività si fa legare anche un attenzione ai costi, cio che si crea è parimenti eccellente.

Difetti di organizzazione

Mi ritrovo sovente a collaborare con ristoratori stanchi e demotivati che cercano nelle mie competenze un interlocutore serio e preparato che possa dare essi nuove motivazioni e maggiori stimoli,  mi chiamano in molti sperando che io abbia la bacchetta magica con cui riporti i loro locali agli splendori di un tempo, ma la verita è che poi ciò che trovo non è cosi pessimo come si potrebbe pensare in apparenza, solo mal gestito e mal organizzato.

Ma veniamo al nocciolo della questione, il piu delle volte mi sono ritrovato a valutare locali nei quali il personale era mal indirizzato, la guida assente e l’organizzazione inadeguata, tutto questo perche, quando le capacità vengono represse da un padrone troppo presente i dipendenti non rispondono come dovrebbero e questo si ripercuote su tutto il ciclo produttivo.

Filosofie e stili di lavoro che non guardano alla valorizzazione del prodotto e alla fidelizzazione del cliente sono ormai obsoleti e dannosi sopratutto perche costruiti su basi labili e friabili, è charo che oggi la ristorazione deve adeguarsi ai tempi odierni, ma nel farlo forse ci si è troppo spesi nel ricercare una spettacolarizzazione del piatto tralasciando e trascurando la sotanza dipendente alla storia gastronomica del piatto stesso.

Analisi preventiva

Il mio primo step pertanto è studiare le idee di cucina del padrone di casa capire i margini del suo ragionamento e all’interno di essi muovermi facendogli comprendere il valore aggiunto delle innovazioni che potrei produrre cambiando il suo menu.

Prendiamo a esempio la cucina romana, i piu con cui mi sono confrontato, ritengono che la cucina romana sia quella convenzionalmente riproposta, grave errore di valutazione, di fatti se la si studiasse con accuratezza si conoscerebbero molti piatti oggi finiti nel dimenticatoio proprio perche chi avrebbe dovuto divulgarli e continuarli, i cucohi, spesso li snobbano.

Veniamo al dunque, oggi la concorrenza è diminuita ma molto più feroce perche la ristorazione non puo piu essere un ber piatto pieno, oggi nel piatto devono finirci colori, profumi e sapori equilibrati, appariscenti ma modesti, intensi ma che non distraggano, cioè creare un piatto oggi equivale a creare un quadro, allora molti mi chiedono ma come si riesce ad avere quella teatralità senza eccedere nel food cost.

Ovviamente non posso dirvi e dirgli tutti i miei segreti, però come dico essi, si puo fare solo se si torna alla cucina delle nostre nonne. Mi spiego, le nostre nonne cucinavano piatti eccellenti eppure la loro cucina era povera, ottenevano quei risultati perche lavoravano sempre con prodotti di stagione, la loro spesa ammontava a 8-10.000 £ e con quei soldi facevano da mangiare per 4/6 persone, ecco erano esse per prime attente al food cost, quindi prendendole ad esempio non si può sbagliare.

Ovviamente mi dicono le esigenze di un ristorante sono diverse allora io obietto dicendo loro: dove sta la differenza di cibo si tratta in entrambi i casi!

Ma veniamo alla domanda: che cos’è il food cost?

il FOOD COST è fondamentalmente un parametro di natura economica utilizzato per quantificare il costo di un piatto in funzione del valore di realizzo del piatto stesso, detta così sembra brutto pensiero, ma sviluppato meglio la percezione che si può pffrire al cliente finale è nettamente migliore di quanto non si pensi, Studiando il food cost di un piatto si possono produrre notevoli benefici al piatto stesso in quanto esso si ripercuote nettamente sulla scela  e delle materie prime e di quanto occorrente alla guarnizione del piatto stesso, mi speigo meglio con un esempio:

se il nostro agire fosse quotidanamente proteso a una maggiore consapevolezza di quanto il ns territorio ci offre le nostre scelte aliemntare potrebberpo essere indirizzate verso prodotti piu validi che hanno gli stessi costi di altri provenienti da mercati esteri. Dalla massaia che fa la spesa al banco del pesce finanche allo chef in una cucina di ristorante se invece di comprare l’orata greca comprassimo alici tombarelli ombrine la spesa media sarebe identica ma la qualità del mangiare si inalzerebbe nettamente.

Partendo da ciò il food cost può indicare la strada da seguire a un bravo chef ma poi sta alle capacita dello chef capire come farlo rendere al meglio, e per capirlo o si ha, o non si ha.