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18
Mag

INTEGRAZIONE IN CUCINA

Sentiamo spesso questa parola, INTEGRAZIONE, c’è chi la usa per rifiutarla, chi invece per realizzarla, ad ogni modo oggi parlare di integrazione significa comunque parlare di un argomento molto delicato e in alcuni casi alquanto scottante. Innanzitutto vorrei partire da dati certi, dati verificabili sul sito dell’istat www.istat.it, dati per i quali a fronte di un calo delle nascite nel 2016 rispetto al 2015, da 486000 a 474000, comunque la media nascite da donne straniere si assesta intorno a 1,95 figli per coppia contro l’1,3 delle donne italiane, e questo già dovrebbe farci riflettere sulla realtà di un mondo che sta cambiando. Nel 2015 sono stati iscritti in anagrafe per nascita 485.780 bambini, quasi 17 mila in meno rispetto al 2014, a conferma della tendenza alla diminuzione della natalità (-91 mila nati sul 2008). Il calo è attribuibile principalmente alle coppie di genitori entrambi italiani. I nati da questa tipologia di coppia scendono a 385.014 nel 2015 (oltre 95 mila in meno negli ultimi sette anni). A fronte di ciò se i nati da genitori italiani sono in calo, quelli che hanno almeno un genitore straniero sono ben 101000, pari al 20,7% del totale dei nati a livello medio nazionale (circa il 29% nel Nord e solo l’8% nel Mezzogiorno).

Da questi numeri si capiscono i risvolti di un integrazione che faticando ad essere accettata nel centro sud, certamente risulta più facilitata al nord dove tral’altro il numero di stranieri che ha avviato una start up imprenditoriale nel 2016, seppur anch’esso in una fase di calo rispetto al 2015, è stato del 38%. Questi volumi dicono con chiarezza che l’accesso di altre culture al nostro paese ha prodotto benefici importanti sopratutto se pensiamo al tema della natalità guardandolo dalla prospettiva dell’età media cresciuta drasticamente al punto da essere in europa uno dei paesi con il più alto numero di over 70, quasi i 19 mln dei 61 mln totali del nostro paese ovvero circa il 31% del totale. Gli individui di 65 anni e più superano i 13,5 milioni e rappresentano il 22,3% della popolazione totale; quelli di 80 anni e più sono 4,1 milioni, il 6,8% del totale, mentre gli ultranovantenni sono 727 mila, l’1,2% del totale. Gli ultracentenari ammontano a 17 mila.

Numeri alla mano il livello di preoccupazione per un paese che rischia di non trovarsi pronto a un adeguato ricambio generazionale è quantomeno alto, questa cosa dovrebbe indurre i nostri politici a una più attenta e seria riflessione che guardando di certo al problema dei flussi migratori, molto attuale e complesso, dovrebbe cercare di proporsi con idee e proposte serie piuttosto che scadere in una populista demagogia. In tutto questo clima parole di odio e disprezzo sono a mio dire arroganti e populiste, non rispecchiano i veri valori di una società la nostra che della migrazione ha fatto storia, nel bene  e nel male, che ha subito sul proprio territorio soprusi,  guerre, abusi certamente, ma che ha saputo anche dare al mondo bellezza, cultura, arte, storia musica, moda, e nel fare tutto questo lo ha trasferito senza  gelosia, senza rancore ma con quello stesso sano rapporto di rispetto e amore che un vero italiano ha per la vita .

Intanto se davvero volessimo fare integrazione esempi di essa nella storia ce ne sono molteplici, e molto spesso non bisogna andare troppo indietro per scovarne alcuni, a volte cercando notizie su internet si trovano vere perle di essa anche da noi in quel nord dove Salvini li vorrebbe tutti a casa, in una citta fino a qualche giorno feudo della sua lega. Mi riferisco a quel gruppo di donne provenienti da Tunisia Algeria Marocco che qualche tempo fa hanno deciso di fare integrazione insegnando la cucina dei loro luoghi e al tempo scoprendo esse la cucina italiana in un mix di cultura e conoscenza per il quale “Se il segreto del dialogo religioso, culturale e sociale passasse dai fornelli, con un paio di ingredienti molti problemi sarebbero risolti”.

Questo accadeva quattro anni fa ma è di questi mesi la notizia dell’Acli roma 1 che ha istituito un corso di cucina all’istituto turistico alberghiero Gioberti che ha iniziato un percorso formativo affidando ai suoi giovani studenti il compito di insegnare a 15 giovani immigrati il mestiere del cuoco cito testualmente:

L’iniziativa, che si svolge nei locali della scuola, prevede la realizzazione di un corso di cucina mediterranea e home care al quale prenderanno parte 15 immigrati che intendono professionalizzarsi nel lavoro di cura. Insegnanti speciali saranno gli studenti dell’Istituto Gioberti, che verranno così sensibilizzati sul tema del volontariato, dell’integrazione multiculturale e della solidarietà. La partecipazione al corso è gratuita e a tutti verrà garantita la certificazione HACCP”.

Questi dovrebbero essere gli insegnamenti da seguire, queste le notizie da diffondere su gionrali e tv se davvero si vuol combattere la discriminazione, piuttosto che notizie scissioniste e provocatorie che rischiano di alimentare l’odio.

Ma veniamo al punto essenziale di questo articolo, ovvero quanta integrazione c’è nella nostra scelta alimentare e quanto influisce essa nel livello di integrazione multiculturale. Che rispetto a 20 anni fa siano cambiate le nostri abitudini lo dicono i numeri, infatti se all’epoca la scelta di una serata fuori era tra la pizzeria e il ristorante, comunque locali fortemente tipicizzati rispetto alle nostre abitudini, oggi è molto cresciuta la tendenza di rivolgerci a mercati etnici o stranieri, tra i quali in primis c’e quello cinese, poi il giapponese e a seguire quello messicano e americano sullo stesso livello e infine quello indiano.

Una crescita favorita anche dal cambio strutturale delle nostre abitudini quotidiane come conseguenza dell’offerta sempre più crescente nei nostri supermercati di prodotti, per lo più spezie, provenienti da mercati extra europei, vedi cumino, zenzero, curry, spezie per le quali dati internet e forte anche l’evoluzione delle ricerche su google di ricette straniere da parte degli italiani, come a voler dire che la curiosità per questo mondo viaggia di pari  passo con scelte nutrizionali di varia origine che sovente vengono riproposte nell’alimentazione quotidiana.

Senza contare che sono propio i giovani (18 35 anni) a rivolgersi a questi mercati con più frequenza dimostrando quella voglia di commistione e integrazione palesemente violata da chi invece fa quotidianamente politiche di contrasto ad essa. In tutto questo scenario le imprese straniere in italia crescono vertiginosamente, e nel crescere dimostrano due fattori molto ma molto importanti:

  • Controtendenza ai numeri di un italia che dicono impoverirsi culturalmente e economicamente, le aziende straniere non solo aprono ma investono al punto che circa il 40% degli impiegati in esse è comunitario;
  •  Dove aprono producono benefici alla integrazione tra culture al punto che crescono le iniziative nei capoluoghi dove stanno, per favorire l’incontro tra culture diverse, e queste iniziative hanno un seguito di italiani – 18/45 anni – sempre più crescente.

In effetti negli ultimi 20 anni l’italia ha visto cambiar pelle se la si pensa da un punto di vista meramente gastronomico, in verità credo che pur mantenendo forte certe nostre tradizioni la crescita di questo paese sia proprio nella capacità di aprirsi in questo ventennio a un mondo diverso e multiculturale più di quanto non si voglia rappresentare. Il disprezzo è stato sostituito dalla voglia di conoscenza, tanto quanto il difendersi dal impeto di aprirsi verso nuove realtà, eppure la controcultura che in questi mesi si sta diffondendo su larga misura, rischia di annullare le grandi conquiste fatte, e al tempo stesso vanificare ogni conquista ottenuta con tanta fatica.

Se analizzassimo con maggior serenità i fatti ci renderemo conto che senza questa integrazione oggi le nostre vite sarebbero comunque peggiori, dai numeri di natalità che hanno prodotto, ai numeri di imprese che vi sono state e che hanno permesso una crescita economica, finanche a quelli relativi al settore alimentare, tutti questi numeri dicono con chiarezza che gli stranieri in italia hanno permesso a questo paese un miglioramento sistemico e strutturale. Ora questo non vuol dire che bisogna abbassare il livello di attenzione, ma neppure che dobbiamo vedere la migrazione come un male oscuro, certo qualcuno potrebbe dissentire ma la verità è che negare l’esistenza di questi numeri significa negare la realtà e quando ciò accade i rischi di degenerare in sistemi ideologici pericolosi è enorme, la storia recente anche europea ce lo insegna.

Buona Integrazione a Tutti

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