A CHI CREDERE?

A chi credere?

Ciò che piu di tutto lascerà questa pandemia, è la conoscenza di un mondo, quello dei virologi, per lo più sconosciuto prima d’ora, dove la scienza figlia di anni di studio ha lasciato il campo alla visibilità televisiva e al protagonismo dei virologi stessi, con non sempre egregi e lusinghieri risultati.

In questa pandemia abbiamo avuto visione di due modi opposti di fare scienza!

Uno serio e concreto fatto di medici e oss che hanno lottato per salvare vite, e in alcuni casi essi stessi sono venuti a mancare!

L’altro di pseudo professoroni in cerca di visibilità che alternavano dichiarazioni assurde sulla paragonabilità del virus a una normale influenza, a altre nelle quali persino ne negavano la concausa delle morti.

A chi credere?

Volete credere a chi negava la realtà, o iniziare a credere a chi la raccontava con fare serio, razionale ricco di equilibrio e buon senso?

Ecco, quando andate appresso a quelli che negano le morti, o sminuiscono le scelte del governo di chiudere tutto per limitare il contagio, sappiate che:

Date credito a gente che a marzo postava sui social interventi nei quali invitava turisti a venire a roma;

Condividete notizie di persone che dicevano che non esisteva il virus;

Date ascolto a chi fino a pochi giorni fa invitava la massa a scendere in piazza per protestare violando le regole di assembramento e distanziamento.

Quando pensate che queste persone siano degne della vostra ammirazione, e per essa della vostra condivisione, provate a riflettere se davvero, avendo avuto tra parenti e amici persone venute a mancare, ne avreste condiviso l’opinione o il pensiero.

Quando in voi nasce il ragionevole dubbio sulla attendibilità di certe improvvie dichiarazioni, meditate se dietro a esse non si nascondano ben altre intenzioni che quelle di voler davvero aiutare questo paese a risorgere.

Lo dico perche in tutta franchezza ho avuto amici che hanno avuto il contagio, non a marzo quando probabilmente era in una fase apicale, ma più recentemente e solo per questo ad oggi meno aggressivo.

Non credete a chi vi dice che le precauzioni sin qui adottate non sono servite a nulla!

Non date credito a chi a febbraio negava le morti da covid19 e sminuiva l’importanza delle mascherine!

M sopratutto avendo al possibilità di farlo, prima di condividere dichiarazioni ad effetto verificate chi è la persona che le fa, perché molto spesso la sua attendibilità non è così solida come si vorrebbe far credere!

Fortunatamente in italia abbiamo avuto – sopratutto grazie alle misure di lockdown previste dal governo – in quelle regioni che potenzialmente avrebbero potuto subire contagi clamorosi, numeri contenuti.

Quando dovete decidere a chi credere, affidatevi a chi il problema lo conosce perché lo ha gestito in modo diretto, invece di cercare su siti, il cui nome dovrebbe farvi dubitare della attendibilità delle notizie che contiene, affidatevi a fonti ufficiali, perché almeno in italia esse hanno raccolto numeri e informazioni verificate e attendibili.

Se avete ancora dubbi e cercate risposte, sappiate che il sito del ministero della salute ha aperto una pagina veramente ben fatta dove trovate ogni risposta sempre aggiornata http://www.salute.gov.it/portale/nuovocoronavirus/dettaglioFaqNuovoCoronavirus.jsp?id=228 .

Se invece volete conoscere i numeri reali del contagio nel mondo potete rivolgervi, sia al sito indicato sopra sia, a quello del WHO il cui link vi indico a seguire: https://www.who.int/emergencies/diseases/novel-coronavirus-2019/situation-reports.

A seguire una sfilza d dichiarazioni che lette oggi fanno rabbrividire e che dette allora invece avrebbero dovuto far riflettere, o in alcuni casi fatte successivamente che dimostrano la natura umana anche dei medici:

Dott.ssa Gismondo:  “Si è scambiata un’infezione appena più seria di un’influenza per una pandemia letale.” ……. poche settimane dopo “C’è timore di fronte a quello che prima non ci preoccupava e che io e altri virologi  dicevamo sarebbe stato poco più grave di un’influenza”.

Recente Prof Galli: “Siamo stati presi alle spalle. Io per primo il 20 febbraio mi stavo convincendo che l’avessimo scampata…….

…… ma non è stato così, perché in realtà attorno al 25 di gennaio, dai calcoli che abbiamo fatto, il virus è entrato dalla Germania del tutto inavvertitamente nella zona del Lodigiano e ha potuto fare quello che ha voluto per almeno quattro settimane……..

……… spargendosi ovunque in quella zona, ma anche in Veneto e in altre aree della Lombardia, creando l’epidemia così che conosciamo.

E quello che vediamo ancora oggi, vi ricordo, cioè la maggior parte dei casi che vengono registrati, tutti in persone con una sintomatologia significativa, è il risultato di un qualcosa che avvenuto prima delle misure restrittive….

Il risultato di queste ultime ci metterà ancora del tempo per essere evidente”.

Concludo con l’unica intervista seria nella quale la virologa Ilaria Capua ammoniva sulla gravità di questa pandemia già da inizio anno.

Lo faccio sperando che la prossima volta tutti impariate a verificare le fonti a cui attingete le vs informazioni, ma sopratutto per l’immediato, smettiate di fare i cretini e continuiate a comportarVi con serietà e rigore.

per favore non smettete di seguire le indicazioni circa distanziamento sociale, mascherine e precauzioni varie chieste dal ministero e governo.

Ecco l’intervista: https://www.fanpage.it/attualita/coronavirus-parla-la-virologa-ilaria-capua-questa-epidemia-ci-costera-tantissimo/

Buon proseguimento a tutti, e comunque per rispondere alla domanda del post, beh io scelgo di credere a chi usa equilibrio e buon senso!

Doctor Sleep

Innanzitutto trattandosi di un sequel scritto con la partecipazione di Steven king, autore anche di shining, ciò che ci si sarebbe atteso era un opera che avesse le stesse atmosfere e la stessa teatralità!

Spesso i sequel sono opere che poi viaggiano autonome rispetto ai primi film, storie che si evolvono nel soggetto e nella sceneggiatura proprio perché vogliono essere originali e emotive.

Spesso, ma non questa volta!

Se si ha negli occhi il capolavoro di Kubrick – perché shining questo era – e si vede qst film con le stesse aspettative, beh la delusione sarà cocente!

Vedendo in successione ravvicinata i due film, pensando che l’autore della sceneggiatura sia lo stesso, le differenze sono così enormi a favore di shining da far comprendere sin da subito che il peso specifico tra i due film non era la sceneggiatura ma la regia.

Doctor sleep parte dove shining finisce, ma se shining aveva un finale che spiazzava lo spettatore nel freddo inverno del Colorado, doctor sleep stenta ad essere altrettanto spiazzante.

Ove raggiunge livelli di suspense adeguati, lo fa con flashback del primo film, il che oltre a riprovare omaggiandolo, la grandezza di shining, al tempo è riprova della non altrettanto grandezza di doctor sleep.

Doctor sleep va visto come un film che prova a essere un completamento delle paure di Danny bambino, una spiegazione dell’origine di esse ma anche una visione del quotidiano convivere con esse.

Una spiegazione che trova nelle parole di Danny adulto la chiave di tutto, le parole di un bambino che spiegano la natura mostruosa di un padre dedito all’alcol e alle mostruosità che esso produce.

È meraviglioso il dialogo col padre barista nell’hotel de primo film, compie un passo unico verso la descrizione del degrado umano e la piena consapevolezza di un padre debole proprio perché violento.

Anche la scelta di affiancare al Danny adulto un amico comprensivo serve al personaggio a compiere la sua trasformazione in un uomo cosciente ove l’incoscenza prima era rifugio dell’alcolismo.

La scena in cui i due amici affrontano gli invasati della luccicanza, potremo definirli demoni della mente, è il punto più alto del film nel quale Denny vince i suoi demoni e forse finalmente si libera di mostri che dall’infanzia ha sempre avuto con se.

Doctor sleep non è un horror ma un film psicologico evocativo che prova a entrare nella psiche di un adulto sconvolta da un dramma infantile, per trovare risposte alle paure di un infanzia strappata.

25 Aprile cosa non è…..

Non è una festa fascista, anzi è per eccellenza la festa che ha cancellato il fascismo;

Non è una ricorrenza contro i genocidi, per essi ci sono le giornate della memoria e purtroppo forse neanche più bastano visto che i genocidi continuano nel mondo oggigiorno, basti pensare alla Siria;

Non è una festa in senso stretto, anzi è per lo più una ricorrenza che ricorda il sacrificio dei partigiani grazie al quale oggi non siamo una dittatura ma una democrazia;

Non è un’occasione per fingere di non ricordare la storia, anzi è l’occasione per ricordarla in modo nitido;

Non è un’occasione per dividere una nazione tra ideologie diverse, è un’opportunità per ricordare a le destre che lo fanno, che nel farlo non si è diversi da quelle destre che in italia furono regime per oltre 20 anni.

Ecco nel momento in cui si comprende davvero cosa non è solo allora si ha recepito il valore che rappresenta il 25 aprile, solo allora si è veramente italiani. Non si è italiani se non si è anche Antifascisti!

21 Aprile 753 Natale di Roma

Auguri Roma Mia, città dai mille colori, depauperata da inetti amministratori, città piena di contraddizioni, luogo di immense emozioni! Auguri a te per i tuoi quasi tre millenni, piena di acciacchi tra non pochi malanni, sempre splendente, riesci a essere comunque stupefacente,perché se ci fossero obiezioni da fare, passerebbero in secondo piano dinanzi al mio infinito Amore!
Auguri città che ha vissuto la storia,
Tra luoghi di infinita memoria, hai difeso i soprusi, lottato col tuo popolo contro gli abusi, città sacra e dissacrante, umorale come la tua gente, amata da chi la osserva di lontano, disprezzata da chi la vive da vicino. Roma dalle eterne contraddizioni, adduci ai sogni mille inclinazioni, multietnica e multiculturale lo sei dalla nascita e dagli albori, poeti artisti letterati ti hanno reso i propri onori, per tutto questo e per tanto altro ancora oggi non si festeggiano solo i tuoi anni di lunga memoria, oggi con te si festeggia la nostra storia!
Auguri Roma Mia

….Detroit Become Human videogioco da urlo….


Fino a 10 o 15 anni fa i videogiochi traevano ispirazione da film o serie tv per trovare una ambientazione plausibile, con Detroit Become Human, un videogioco da urlo, accade il contrario.

Spesso, come per la serie call of duty, o si rivolgevano alla storia – ne è un esempio la versione WW e WWII – o da storie che senza clamore alcuno richiamavano a film già visti al cinema in contesti futuribili con storie futuribili, ma questo non è il caso di Detroit Become Human.

Negli anni la giocabilità ha sentito l’esigenza di evolversi verso un più suggestivo realismo con l’interazione tra giuoco e giocatore, finanche il giocatore potesse determinare con le proprie decisioni l’esito del gioco stesso.

I miei ricordi di bambino hanno ancora vivide immagini di schermi arrotondati nei quali i giuochi si muovevano in due dimensioni.

Da destra verso sinistra o al più dal basso verso l’alto – erano gli anni in cui Amiga si contendeva il primato con Commodore, gli anni in cui avere una delle due piattaforme era comunque un privilegio non da tutti.

Vi confesso io avevo un Commodore 64 dove i giochi erano registrati su delle casette e il più ambito era galaxy o pool – biliardo – quindi immaginate il salto esponenziale quando sul pc uscì per la prima volta Fifa.

Se ci ripenso oggi abbiamo schermi piatti che al proprio interno nascondono veri pc ultra performanti.

Un tempo per collegare un pc alla tv di casa c’erano cavi e cavetti che una volta collegati poi per trovare il canale di collegamento dovei sintonizzarsi sul D 6 della tv per poter iniziare a giocare.

Le tv avevano lateralmente lo schermo, dei comandi con lettere e numeri per esempio rai 1 stava su A1, il Commodore sta su D 6, idem l’Amiga 500.

A quest’ultimo va dato un merito non da poco e cioè che essendo uscito poco dopo il Commodore il suo lancio lo fece con giochi diventati mitici come street fighter.

I creatori dell’amica alzarono il tiro e produssero un effetto di trascinamento verso giochi più reattivi e creativi.

Per parlare di Fifa come gioco dobbiamo attendere il 1998.

Ciò che il mondo dei giochi aveva fornito fino a quel momento era poco allettante tant’è che con Fifa finalmente si passò a una dimensione più raffinata e dei giocatori fino a quel momento estremamente squadrati e piatti. Ricordo sensibile Soccer poi virtual Soccer Pes.

Certo l’arrivo nel 1994 della prima playstation aveva dato un forte contraccolpo al mercato dei giochi per pc superando di balzo sia SEGA che Nintendo perché in un unico console aveva capito di dover superare la tecnologia dei CD Rom per giochi introducendo per prima quelle delle mitiche cartucce.

Il vero salto sulla giocabilità lo si ha solo quando iniziano a comparire sul mercato acceleratori di grafica mediante schede che rendono più fluidi e dinamici i giochi stessi anche su pc.

Ad ogni modo il verro passo in avanti lo si ha con l’arrivo della Playstation che con ogni nuova versione, poi ha sempre aumentato il livello di qualità.

Col tempo, molte aziende ridussero le uscite per i pc, anche perché contemporaneamente fu lanciata la console Microsoft X BOX che nelle intenzioni doveva in breve tempo surclassare la playstation.

Un sorpasso che a distanza di 20 anni e più non c’è stato, tant’è che ancora oggi si contende senza un vero primato il mercato con la play 4.

In tutto questo continuo crescendo, le vere battaglie tra consolle erano sui giochi, sulla grafica e sul realismo in essi presenti.

Per anni ad esempio Fifa come gioco di calcio è stato nettamente indietro rispetto a PES nella considerazione dei gicatori.

Un vero cambiamento c’è stato quando i programmatori di per iniziarono a collaborare con Fifa tanto che la situazione si sovvertì in breve tempo.

Le alternative ai giochi sportivi, erano sopratutto gli sparatutto.

I precursori furono call of duty, rainbow six, metal gear, tomb raider, dove col tempo, al semplice algoritmo sparo e uccido, si sono aggiunti anche altri algoritmi per i quali poi il gioco stesso ha iniziato a percorre strade meno ripetitive e molto più intuitive.

Questa strada ha segnato il percorso a altri giochi dove il verismo – il principio per cui un gioco possa coinvolgere il giocatore in un atmosfera realistica perchè verosimile – è diventato elemento cardine.

Ecco allora che l’ambientazione di questi nuovi giochi, ha optato per ambienti molto reali e prossimi al nostro mondo.

Contesti con un estremo studio dei dettagli che servissero da cornice a storie estremamente verosimiglianti ai nostri occhi.

Tanto per fare degli esempi penso a last of us – a giugno dovrebbe uscire il 2 – lo stesso call of duty con Kevin Spacey, battlefild 4, Uncharted, oppure late of shift dove attori umani recitano in un video gioco stupendo.

Tutti giochi davvero prodigiosi, ma dopo aver provato Detroit, sarà davvero dura per gli altri arrivare a questi confini.

Infatti credo che con DETROIT si sia di nuovo segnato il passo sulla qualità visiva corroborata da uno storytelling che fa di un buon prodotto un prodotto irraggiungibile per molti anni.

La storia oltre a intrecciarsi con la possibilità sempre di determinare il prosieguo, pur essendo priva di elementi esplosivi a disposizione dei personaggi

– il giocatore assiste a scene di sparatorie ma se si fanno determinate scelte è molto improbabile che ne sia esecutore –

è talmente ben fatta da trascinarti in un racconto che ti conquista in modo entusiasmante.

Splendida occasione per riflettere su un possibile futuro prossimo, che poi è parte integrante del gioco stesso.

La presenza degli androidi che chiedono pari dignità umana ai propri creatori – gli uomini – solleva domande sulla nostra società di carattere morale.

Ogni giorno viviamo le differenze sociali, etniche, culturali, economiche, eppure o ci voltiamo altrove, o peggio ancora releghiamo altri a pulirci la coscienza affidandola a essi.

Per questo, pensare che questi temi possano arrivare alla mente e all’attenzione dei giovani tramite un gioco, non può che trovare tutto il mio consenso.

Lo credo fortemente perché rispetto a giochi dove la coscienza non viene sollecitata, Detroit become human osa arrivare ai cuori dei nostri ragazzi con temi e tempi graduali.

Tocca le corde emotive ma anche e sopratutto sollecita le coscienze su riflessioni etiche.

Se nelle intenzioni dei creatori di Detroit Become Human, fatto esplicitamente ed esclusivamente per ps4, c’era l’intenzione di raggiungere livelli mai visti prima , beh ci sono riusciti alla grandissima.

Con esso hanno segnato finalmente e definitivamente il passo da semplici giochi di intrattenimento a storie complete di ispirazione per giovani e per il cinema, il cinema si perché questo gioco merita un film con dei grandi attorie con il film anche dei premi.

Detroit il più bel gioco di sempre!

Un gioco che è un momento di riflessione!

METAMORFOSI TOTALE!

L’immagine della fila di auto in uscita da Roma,  sabato 11 aprile il giorno prima di Pasqua,  mi fa credere che questi episodi siano la plastica rappresentazione di un popolo che si sforza in ogni modo e misura a mantenere un collegamento con le proprie abitudini, rifiutandosi di accettare la realtà in cui siamo costretti a vivere, e lo saremo per molto tempo, da questa pandemia.
Ad ogni modo purtroppo siamo difronte a una radicale metamorfosi del sistema economico liberista avuto negli ultimi 30 anni, che accompagnata anche alle restrizioni attuali, ci farà cambiare moltissime delle nostre abitudini personali.
 
Vivevamo in un sistema che viveva della globalizzazione o meglio del concetto di mercato globale, un concetto messo in crisi dal contesto che più di tutto ci aveva permesso di conoscere altri mondi, esplorandoli da vicino, ovvero il cibo e l’alimentazione.  Quello che ha detto questa pandemia, ma prima di essa ogni altra epidemia negli ultimi 15 anni, aviaria, sars, mucca pazza etc… è che i virus oggi passano molto più facilmente dal mondo animale al mondo umano, e noi specie umana che cosa abbiamo fatto negli anni?
Invece che ridurre il consumo animale procapite, lo abbiamo triplicato esportandolo anche in paesi che prima neanche lo conoscevano, un esempio tra tutti l’india dove negli ultimi 10 anni il consumo di carne è quadruplicato.
Per farlo abbiamo sfruttato oltre le normali possibilità, 2/3 degli elementi che compongono il nostro pianeta, ovvero natura- mari monti, campagne suoli e sottosuoli –  e il mondo animale, che in modo speculativo abbiamo sfruttato occupando sempre più spazi terrestri per allevamenti intensivi che cosi facendo, andava riducendo drasticamente quelli necessari al vivere del mondo animale selvatico, che come molti documentari dimostrano si è ritrovato sempre più spesso a convivere con gli uomini nelle grandi città.
Sinceramente non vedo altri scenari possibili che non siano quelli di un ritorno a consumi ridotti, economie a km0 e con esse contemporaneamente a una realtà che in attesa del vaccino viva come normalità le restrizioni fin qui messe in atto.
Ciò che ci hanno insegnato i nostri nonni come abitudini alimentari dovrà tornare prepotentemente nelle nostre di abitudini, quindi  carne bianca e pesce un paio di volte la settimana, insieme anche ai legumi, più frequentemente invece le verdure e la frutta – ogni giorno – un paio di volte le uova e cosi via dicendo fino alla carne rossa che andrebbe consumata al massino una volta la settimana. Fare questo significa aiutare il nostro pianeta a ritrovare i propri equilibri, riducendo drasticamente il consumo del suolo che noi uomini abbiamo dilapidato da 100 anni a questa parte, riducendo le emissioni di co2 derivanti dall’inquinamento atmosferico generato anche dai gas emessi nell’aria da tir che servono al trasporto su ruota degli alimenti, ma anche noi a renderci più forti e pronti la prossima volta a minacce pandemiche che potranno riproporsi.
Nel frattempo dovremo continuare a combattere con questo virus e con ogni restrizione globale da esso prodotto, perché prima o poi ne usciremo.
 
Quanto ci vorrà? Tutto dipenderà dal vaccino e dalla ricerca scientifica, ad ogni modo quel vaccino risolverà il problema di questo virus, ma senza vere politiche internazionali di autocontrollo chi impedirà ad altri virus di diffondersi? La storia recente sia di insegnamento, ogni paese dovrà annualmente, d’ora in avanti, avere piani per le emergenze pandemiche sempre aggiornati, dovremo investire spese enormi nella ricerca contro le malattie infettive, dovremo investire risorse nella sanità che dovrà tornare a essere pubblica. Questa pandemia ha messo in ginocchio il sistema globale perché ha dimostrato che in una pandemia ogni paese deve avere mezzi e risorse per essere autonomo e autosufficiente, ovvero ciò che nessun paese al mondo nell’emergenza covid 19 ha dimostrato di essere del tutto.
L’impegno comune dell’Europa deve essere indirizzato verso questa soluzione, vanno create industrie comuni che si occupino della produzione di presidi medico sanitari, vanno organizzati laboratori di ricerca europei con presenza capillare e diffusa in ogni stato, ciascuno di esso composto da equipe internazionali,  vanno superate le divergenze che dividono oggi perché domani si torni a parlare di unione europea, perché solo così facendo potremo tornare a essere attori del nostro destino piuttosto che spettatori del nostro declino.
Rodolfo Trinchi

Sensazioni per un domani che sarà!

Oggi in tanti fanno la corsa per essere i più previggenti possibili nel dire come sarà il mondo dopo questa pandemia, in tanti cercano di ottenere titoli da prima pagina facendo ricostruzioni fantasiose di un futuro che spesso sembra estrapolato da soggetti e sceneggiature già viste mille volte, e riadattato al contesto del momento in cui viviamo.

In tutto questo black future che ci viene riproposto in modo sistematico da pseudo giornalai, o da men che meno insulsi opinionisti – per molti dei quali, quando tutto questo passerà, alla domanda: ricordi quel tale che parlava in tv del virus ai tempi del covi-19,? la risposta impietosa sarà: CHI? – le uniche solide certezze sono nei significativi cambiamenti che questa pandemia ha già prodotto sia a livello sociale sia a  livello economico. C’è stato un tempo in cui il profitto governava le regole del mondo, un tempo in cui apparire contava più dell’essere, un tempo in cui ricco non era più chi aveva un anima ma chi possedeva le anime degli altri, un tempo in cui chi aveva di più aveva anche più indifferenza, un tempo in cui chi chiedeva di più a chi aveva di più, questi ultimi si voltavano dall’altra parte fugandosene dei più deboli, eco quel tempo è finito, e con essi tutti i mali che esso aveva appresso sono terminati.

Questo virus, come nella poesia di Totò ha agito come una livella, non ha guardato chi fossero le sue vittime,  ha mietuto senza fare differenze, giovani vecchi bambini ricchi e poveri, nessuna distinzione, dimostrando la nullità dell’uomo dinanzi a fenomeni che non può controllare e contrastare. Questo virus ha detto con forza che il modello economico prettamente liberista ha fallito perché non ha saputo trovare risposte immediate ai mali enormi di una pandemia, ha chiarito una volta per tutte come il diritto alla salute non può prescindere da una sanità pubblica, ha dimostrato in modo ineluttabile che dinanzi a una pandemia non esistono sovranismi che possano da soli affrontare simili vicende, ma c’è bisogno di unione e collaborazione, ma sopratutto di una nuova idea di comunità. Guardiamoci dritti negli occhi, facciamolo perché in questa pandemia si è persa la lucidità e il buonsenso che come popolo dovrebbe unirci nel momento del bisogno piuttosto che, come avvenuto, dividerci.

Il momento è dei più difficile che la società moderna post belli ha sostenuto 80 anni a questa parte, con questa pandemia verrano riscritti i paesaggi del mondo, verranno ristabilite le regole della nostra quotidianità, se non verranno ridisegnati i confini del nostro spazio personale,  tutto questo segnerà enormi cambiamenti sia delle nostre abitudini sia della realtà che fino ad oggi avevamo trovato come normalità del nostro vivere quotidiano. Piccoli segnali già ci sono, un esempio la possibilità di adottare la didattica a distanza da settembre, in sintonia con i principi di restrizione che ci vedono tutti restare a non meno di un metro di distanza gli uni dagli altri ma anche quelli del divieto di assembramento che ci sarebbero se tornassimo al modello di classi pollaio avute fino ad oggi. Non è da escludere altresì che, rispetto al concetto di open space avuto fino a oggi, negli uffici si torni a spazi divisi da paratie con ambienti singoli equamente distanziati gli uni dagli altri, e allora perché non pensare che cambiamenti simili possano esserci anche nei locali pubblici, dove per rispettare le regole imposte dai DPCM la distanza tra un cliente e  l’altro già oggi impone l’accesso a una persona per volta,

Il dramma che si cela davvero dietro a questa pandemia è un dramma economico sociale, un dramma fatto di imprese più o meno piccole che chiuderanno perché non saranno in grado di fare fronte alla crisi, perché non avranno risorse sufficienti a ripartire passato il momento, ma sopratutto perché una volta passata la fase 3, o saranno in grado di trasformarsi cambiando radicalmente forma e contenuti del proprio agire o diverranno cibo per i pescecani che dopo la tempesta nuotano sempre nelle acque semiprofonde post apocalittiche in cerca di cibo. MI spiace dirlo ma quello che ci attende è un radicale cambiamento che ci travolgerà come uno tsunami ma che probabilmente una volta passato ci farà tornare a essere in piena sintonia con la nostra vita, quella vita cui abbiamo rinunciato proprio perché finora ci siamo dedicati più a riempirla di inutilità piuttosto che a viverla con i veri valori.

Per quanto concerne il mio settore, la ristorazione, già in difficoltà prima della pandemia, se ne uscirà lo farà in modo malconcio, e questo indicherà notevolmente  una più netta linea di demarcazione tra forme antitetiche di ristorazione, cancellando in modo più o meno radicale, tutto quel mondo di mezzo fatto di approssimazione. Credo sia davvero impensabile pensare che dopo l’epidemia si torni a una ristorazione di fascia media, le restrizioni se dureranno incideranno notevolmente sia sui costi,  sia sui ricavi, sia sui volumi, e laddove oggi in quella fascia vi erano locali che con un incasso medio di 25-30 € a persona per non meno di 60 coperti – tavolo 80×80 max 4 persone, per un totale di 15 tavoli – a turno riuscivano a sostenere i costi delle proprie attività, dopo questa pandemia dovendo far forte alle regole che continueranno a lungo, pur di mantenere linearità tra costi e ricavi saranno costretti dalla crisi o a investire su una fascia più alta di ristorazione – e dopo una crisi o si hanno risorse illimitate o si fa un salto nel buio – o a chiudere, o a diventare ristorazione di servizio. Con questa ultima definizione si segnerà quella netta linea di demarcazione tra forme antitetiche di ristorazione, ovvero tra ristorazione di servizio e ristorazione di fascia medio alta. Quest’ultima – tanto per intenderci mense, cucina da asporto, cine interne a uffici e enti – sarà facilitata maggiormente perché essendo già prima della crisi un settore di nicchia, le restrizioni, spazi ridotti tra i tavoli e meno clienti per ogni tavolo, non incideranno oltre modo, perché anche laddove dovessero produrre un leggero innalzamento dei prezzi, esso verrà facilmente assimilato dai propri clienti e da chi, nuovo, si affaccerà a quel tipo di ristoranti.

Per chi invece proveniva da un fascia media il momento sarà difficilissimo, allora se si vorrà davvero aiutare un settore simile, ci vorranno cambiamenti radiali e radicali. Radiali perché, come nei raggi di una ruota di una bicicletta, ogni raggio è un settore che da linfa alla ristorazione stessa, e allora andrebbero rivisti in modi Radicali tutti i costi fissi che incidono poi  sui singoli ricavi, dai costi energetici con tariffe meno esose e più chiare, ai costi delle materie prime che sovente sono sovraccarichi di costi di trasporto enormi, ai costi immobiliari, se non a quelli fiscali sopratutto incidenti in ottica del personale che a un imprenditore costa di norma il 50% di più di quello che effettivamente paga al lavoratore. La ristorazione che soffrirà sarà quella ristorazione di fascia media dove oggi si posizionano osterie,  trattorie, pub, tavole calde, e forse solo le pizzerie che fanno un prodotto a se, potranno essere escluse da questo ragionamento.

lo scenario che ci attende dice che tra mascherine come indumento abituale del nostro domani, guanti, distanziamento di un metro tra individui, e divieti di assembramento, ciò che dobbiamo aspettarci è un cambiamento radicale delle nostre abitudini, allora se già da oggi cominciassimo a ragionare come se domani sarà un nuovo inizio, forse solo così potremo essere pronti a sostenere un mondo diverso n cui crescere i nostri figli.img_8661.jpg

PENSIERI SPROFONDI

Oggi voglio fare esercizio mentale di cultura essenziale, mentale perché il pensiero vivo è quello che non smette di rigenerarsi ed essenziale perché la cultura oggi ha perso molta essenzialità e sovente gli strumenti che un tempo la componevano, vengono rappresentati come obsoleti e inutili in un tempo in cui la comunicazione è social che non vuol dire sociale.

Si è sociali quando in modo solidale si condividono esperienze e opinioni in un contesto reso vivo e vitale dal dialogo e dal confronto visivo, perché ciò che si presenta come forma distaccata e fredda non è ne mai sarà sociale.

Per questo motivo un libro un giornale un diario non possono passare come anacronistici, ma anzi andrebbero ancor più valorizzati da chi fa comunicazione invitando la gente a usarli come si deve, e non come ripiani o panni per pulire i mobili.

Mi piace pensare al mondo in cui vivo, in modo globale dove i confini non esistono tanto quanto le razze, eppure nel 2020 ancora se ne parla tanto degli uni quanto delle altre, come se le guerre distruttive non fossero bastate nel secolo scorso, come si gli orrori dell’animo umano fossero di nuovo una moda da seguire. Rileggo primo levi e inorridisco non soltanto nel pensare a ciò che è stato ma sopratutto nel rivedere che stia tornando con i stessi simboli – svastiche e croci celtiche – e sopratutto con gli stessi discorsi nei giovani impregnati della benzina dell’odio razziale.

“Ricordate se questo è un uomo che vive o muore per un si o un no!” Parole che non possono passare in sordina, che dovrebbe essere inaudito il sol pensare di dimenticarle, eppur parole vane nelle coscienze di giovani ma sopratutto nella formazione culturale dei loro altrettanto giovani genitori.

La luce si è spenta ancorché 25 anni fa si volle far passare il messaggio negletto del facilitare la vita vendendo la propria immagine allo show business, non più uomini e donne ma utenti del mercato dell’apparire sapendo che nell’idea di immagine telegenica c’era anche e sopratutto la rinuncia alle idee e alle opinioni a fronte di potenziali facili guadagni con la vendita del proprio io televisivo. “Se vuoi avere successo hai due possibilità o sposi una persona ricca o vai in tv!” Con questo pensiero orde di ragazzi e ragazzine hanno svenduto al diavolo televisivo le proprie personalità ed oggi che sono genitori si ritrovano privi di basi etiche e culturali con cui dare i giusti insegnamenti ai loro figli cresciuti a loro volta senza valori e per ciò pronti per i capibranco di turno, essere arruolati da ideologie pericolose.

Nei miei anni di adolescente ho vissuto il dualismo destra e sinistra nei cortei studenteschi, nelle occupazioni scolastiche, eppure in quel clima di profonda contrapposizione c’era rispetto verso gli altri, c’erano anche scontri ma la presa di distanza dai totalitarismi della storia del 900 era per entrambi fattore imprescindibile. La destra di allora relegava l’estrema destra a un onta del proprio passato, tant’è che la nuova destra provava a scrollarsi di dosso il suo legame con i fasci mussoliniani del msi.

Dinanzi all’orrore dell’Olocausto nessuno a destra o a sinistra si permetteva di parlarne senza sottolinearne la mostruosità, l’orrore e lo sterminio di persone innocenti, tutti lo rappresentavano con orrore e disprezzo. Per questo trovo inaccettabile che dei bambini di 11 anni rivolgendosi a un loro compagno di classe ebreo mortificandolo lo abbiano aggredito dicendogli: quando saremo grandi riapriremo i forni e ti ci bruceremo dentro!

Non riesco a capacitarmene, come si può permettere che un figlio cresca con questi valori come si può pensare che abbia queste ideologie?

Pensieri sprofondi terminano qui ma se capiterà di vedere qualcuno che farà violenza di un individuo più debole beh l’unica cosa che posso dirvi cari amici è:

SMETTETE DI FARE GLI SPETTATORI, DIVENTATE TESTIMONI!

Cercasi Italiani

Quando ho cominciato a fare questo lavoro – di acqua sotto i ponti ne è passata – nelle cucine si stava cercando di tornare a parlare italiano. Ai tempi l’ondata di nuovi cuochi direttamente attratti a questo mondo grazie anche a trasmissioni varie sul tema cucina, creava nuova linfa per le cucine già allora invase da personale extracomunitario.

Extracomunitario non è ne fu un concetto razzistico verso la persona – ben vengano culture diverse che aiutano a crescere un sistema sostenibile – bensì verso l’idea stesso di cibo che essi avrebbero dovuto cucinare, ben lontana dai loro costumi e dalle loro abitudini, nettamente difforme nella realizzazione da quanto in effetti avrebbero dovuto realizzare.

In una sana comunità si lavora e collabora insieme per creare valore aggiunto, purtroppo però quel valore si aggiunse in modo spropositato più agli imprenditori che non ai lavoratori e i danni li subirono gli avventori. Per anni si sono sfruttate risorse sottopagate per avere maggiori profitti, una via semplice e disfattista che ha creato illusione e preconcetto, e col tempo ha ampliato la forbice tra il mangiare bene e la sensazione di farlo.

Oggi si sta provando a tornare a fasti lontani ma la verità è che niente e nessuno potrà far nulla per cancellare l’amarezza creata in questi ultimi anni, la mesta sensazione che la ristorazione sia finita in mani losche è truffaldine e che per esse i clienti siamo stati ampiamente raggirati. Oggi si cercano chef italiani ma le condizioni proposte sono orribili e disumane, gli si chiedono miracoli per poi essere pagati come impiegati, si pretendono cucine creative eppoi di creative negli imprenditori ci sono le miriadi di menzogne con cui cercano ogni scusa per non pagare il tuo lavoro.

Se davvero si volesse cambiare questo mondo bisognerebbe dapprima agire su chi detiene le redini di controllo eppoi, solo in seguito, provvedere con interventi drastici a ripulire un mondo che spesso si intreccia con ambienti che in questo ambito proprio non dovrebbero entrare in contatto.

Il mio lavoro

Il mio lavoro mi porta spesso a cercare di caoire le difficoltà di tanti che lavorano in cucine da incompreso piuttosto che assecondare le lamentele degli imprenditori che li pagano.

Quando arrivò in un ristorante, chiamato a analizzarne le inefficienze, la prima cosa che faccio è valutare il personale una volta ascoltate le sensazioni della proprietà in merito. Mi siedo come un normale cliente ordino e osservo in silenzio perché solo così posso capire le verità del caso. Un locale non è altri che espressione dei due fattori imprescindibili ovvero dello chef per la sua cucina e del titolare per tutto il resto, pertanto se le due anime si sovrappongono nel tentativo di imporsi l’una sull’altra ciò che si crea è caotico e confusionario.

In vero sono più spesso le volte in cui sono i proprietari dei locali a non voler dare una direzione chiara al loro locale che non chef e brigate a non farlo, poi come accaduto di recente ti ritrovi dinanzi a una polveriera e pensi che forse sia venuto il tempo di ricrederti.

In qst occasione ho avuto modo di trovare un locale potenzialmente di alto profilo dove però da una parte una proprietà logora e stanca con tante incertezze non aveva trovato nella propria brigata la giusta dose di fiducia che di solito è prassi avere, e dall’altra la brigata fortemente demotivata, difettava per deontologia. Quando accadono situazioni simili è chiaro che per quanto se ne possa discutere la soluzione migliore, fatta certa l’impossibilità a cambiare la proprietà, è sostituire per intero la brigata, ma non sempre questo produce immediatamente benefici.

Quando si decide di sostituire una brigata, se ciò avviene in momenti clou della stagione, a stagione iniziata o sul finire, il rischio maggiore è non trovare sostituti adeguati, o pur trovandoli nei ruoli chiave – qst caso ne è riprova – faticare enormemente in quelli di contorno.

Per questo consiglio sempre di pianificare con minuziosità ogni fase e passaggio, perché nel farlo si possono scongiurare i rischi derivanti dagli imprevisti, che purtroppo nel nostro lavoro sono innumerevoli. Partendo da qui come executive consultant chef il mio primo compito è quello di creare un metodo organizzativo nuovo, fatto di elementi certi, dalla calendarizzazione dei fornitori finanche alla regolarizzazione dei turni di lavoro e delle specifiche mansioni del personale. Ogni step viene regolato con una meticolosità enorme perché niente può essere lasciato al caso e tutto deve seguire una certa linearità.

A qst punto mi occupo di valutare le inefficienze sistemiche! Cosa sono? Beh diciamo che sono azioni piccole o medie che rivelano una assenza di omogeneità nell’eseguite il lavoro, con conseguenze negative nella gestione del servizio. Per fare un esempio concreto possiamo dire che inefficienza è adottare due modi di servizio diverso di uno stesso prodotto, del tipo servire una minestra e un cameriere porta il formaggio al tavolo e un’altro no, oppure dalla cucina far uscire lo stesso piatto con due stili diversi accompagnato con contorno diversi. Queste inefficienze se non vengono corrette a lungo andare creano disservizi e i disservizi producono perdite economiche, proprio perché manca programmazione e organizzazione.

A seguire un estratto di una relazione fatta di recente, spero sia utile a capire il mio lavoro di analisi:

Il menu manca di qualcosa che guardi al mondo femminile ma anche al pesce. Penso ci sia una problematica forniture che difettano probabilmente di pianificazione.

La scelta letterale fa pensar a piatti primi molto tradizionali e fortemente indirizzati verso condimenti strutturati e corposi, che forse – siamo a luglio non a novembre- sono più indicati per climi invernali.

Ho assaggiato la tagliata di pollo un difetto evidente era la temperatura di cottura della carne, più fredda, rispetto alle patate bollenti,

In seconda battuta la porzione era un po’ risicata e anche lo stile di impiattamento un po’ troppo essenziale, ma forse la situazione easy del pranzo lo favorisce.

Ad una più accurata analisi visiva mancava di profumi essenziali come l’olio e nel discorso generale tale assenza è resa in modo più evidente dalla mancanza del cameriere di attenzione nel servire il piatto accompagnato da oliera e saliera al tavolo, attenzione qst obbligatoria visto il tipo di locale.

Ogni fase ha un suo know how da seguire e se non lo si fa poi il resoconto è pessimo e impenitente, importante è adottare un piano di lavoro con regole e metodi condivisi tra cucina e sala, scegliendo di perseguire degli step fissi e certi che regolamentino l’azione condivisa.

Fare ciò significa abolire le inefficienze, annullare le divergenze e creare un giusto spirito collegiale indispensabile in contesti simili, dove a fare la differenza non è il singolo ma il gruppo.

La più grande soddisfazione di fare questo lavoro sta nel vedere sguardi dapprima ansiosi e distaccati di molti imprenditori, poi una volta regolato il tutto, tornare a essere sereni e coinvolti nel nuovo ciclo.